«Da ragazzo ero un operaio della Brevetti Bertello che con forza di volontà ha studiato alla sera, per migliorarsi. Poi incontro la signora Anna Vassallo, della gioielleria di corso Giolitti a Cuneo. Che mi mette alla prova allo stand della Fiera della Provincia Granda e, alla fine del 1979, mi assume come commesso. Viaggio tanto, anche a Milano e Valenza, ma non succede mai nulla di brutto». I ricordi di Dino Rossetti viaggiano indietro nel tempo e si posano su una foto in bianco e nero, dove ci sono Anna Vassallo, ancora legata dietro il bancone, e l’allora dirigente della Mobile, Vito Cunzolo. Il giorno della rapina. La grande paura e quella pistola «Il 2 febbraio 1982 esco dal negozio per fare dei versamenti in banca - racconta Rossetti -. Al rientro suono il campanello, ma la signora non risponde. Riprovo, la porta si apre e una mano mi tira dentro. Io sono armato, con regolare porto d’armi visto che tratto gioielli, e in quel momento, nonostante io sia sempre stato un non violento, reagisco mettendo una mano sulla pistola. Mentre la estraggo, però, un altro rapinatore, che vedo bene in faccia, mi colpisce con la sua arma alla testa». Prosegue: «Mi portano sul retro, dove c’è già la signora Anna a terra, ammanettata. Mi fanno sedere, imbavagliandomi occhi, bocca e naso, con le manette ai polsi e un laccio ai piedi. Alla fine loro se ne vanno. Con molta difficoltà e fortuna riesco ad attivare l’allarme e uscire dalla porta che hanno lasciato aperta. Appena sotto i portici, una donna si accorge che sono cianotico e mi aiuta a liberarmi dal bavaglio: è Mina Soave, il mio angelo». Arrivano polizia, ambulanza, vigili del fuoco. Dino è visitato, medicato e, appena si riprende, collabora nelle indagini con le forze dell’ordine. Dopo qualche tempo si licenzia dal negozio di Cuneo e apre una gioielleria a Roccavione: «Il ricordo di quanto accaduto è costante. Al di là dei problemi fisici, ho ferite che non si rimarginano e non c’è giorno che non ci pensi». La rovina economica e per la salute Nel 1987 la seconda rapina, «quella che mi rovina economicamente e come salute». Ma non si arrende. Quando, nel 1990, in una perquisizione viene preso uno dei rapinatori, lo riconosce e decide di andare a testimoniare: «L’8 agosto vado in tribunale a Torino. Ma l’usciere mi invita a tornare a casa, perché l’imputato ha patteggiato. Per il solo furto. E tutto il resto? Il sequestro di persone? La rapina? Nulla. Né vengo risarcito». Dopo il colpo a Roccavione, i debiti costringono Rossetti (che ha moglie e figlia) a cercare un nuovo lavoro. Lo trova come operaio ad Avigliana: «Vivo in una baracca di legno, dentro lo stabilimento, per due anni. Poi riesco a diventare uno dei responsabili e pagare i debiti. Ma con quali sacrifici? E un’invalidità al 50%». "Mio padre mi ha insegnato la serenità” Oggi Dino Rossetti sembra un uomo in pace. «Mio padre mi ha insegnato la serenità - racconta - e io ho anche contribuito a fondare la Lega non violenta Detenuti. Tuttavia, nel momento della rapina, pur da non violento ho reagito: ho cercato la pistola. Di fronte alla vicenda di Mario Roggero, dunque, voglio testimoniare che non siamo e non dobbiamo trasformarci in un Far West, ma nessuno può sapere con certezza come si può reagire in quel contesto. Non c’è psicologo o magistrato che possa davvero capire la reazione dell’essere umano in quel momento. E le ferite che non si vedono, ma rimangono». Rossetti fa parte di un gruppo di volontari che, un paio di volte a settimana, aiuta i detenuti del carcere di Cuneo a coltivare l’orto. E ha istituito, nel 2018, il Premio internazionale alla Buona Volontà. «Dico alla politica di non strumentalizzare la vicenda Roggero - conclude -. E al signor Mario di trovare dentro di sé il pentimento e il perdono».
Rapinato due volte, i debiti, la vita da ricostruire e la ripresa: “Ma la ferita non si cancella”
Dino Rossetti ricorda quando fu colpita la gioielleria di Cuneo dove faceva il commesso. Poi fu vittima nel suo negozio a Roccavione: “Non sono un violento, pe…













