ROVIGO - La sentenza che ha riportato al centro del dibattito il caso del gioielliere Mario Roggero ha riaperto ferite che, per le vittime di rapine, non si sono mai rimarginate. Tra queste c’è anche quella di Filippo Carlin, commercialista e sportivo di Porto Viro, che ha deciso di raccontare la drammatica esperienza vissuta dalla sua famiglia oltre quarant’anni fa. Filippo Carlin è figlio del gioielliere Aldo, scomparso nel 2022, e ricorda con estrema lucidità la notte del 22 gennaio 1980, quando un commando armato prese d’assalto la loro abitazione e il negozio. «Parlo con cognizione di causa», premette. «Avevo sedici anni, mia sorella undici. Era una sera di nebbia fittissima quando sfondarono la porta di casa e aggredirono brutalmente mio padre». Il giovane venne fatto scendere in salotto insieme alla madre e alla sorella, mentre Aldo Carlin giaceva a terra sanguinante. Poco dopo fu costretto, ancora in pigiama e con una pistola puntata alla schiena, ad accompagnare i rapinatori in gioielleria e ad aprire la cassaforte.
Il ricordo «Rimasero in casa per circa un’ora: prima di andarsene ci imbavagliarono e ci legarono a un letto. Riuscii a liberarmi e a chiamare aiuto. Di quella notte ricordo ogni singolo minuto». Un episodio che ha segnato profondamente tutta la famiglia. «È stata una vicenda che ha toccato soprattutto mio padre e mia madre, che hanno visto volatilizzarsi in un attimo venticinque anni di sacrifici. Ma ha lasciato un segno anche in me: quella rabbia è rimasta nascosta dentro per anni e basta leggere di fatti simili perché riaffiori immediatamente». «Nell’ottobre del 1981 subimmo un’altra rapina a mano armata, in pieno pomeriggio, con la gente fuori dal negozio che guardava e non poteva fare nulla. Erano anni terribili per chi faceva questo mestiere». A rendere ancora più vivido quel ricordo c’è anche un’altra tragedia. «Un collega e amico di mio padre, gioielliere a Rosolina, venne ucciso dai rapinatori durante un’irruzione nel suo negozio. Erano episodi che lasciavano tutti con la paura addosso». Da qui la riflessione sulla vicenda Roggero. «Non nego che la legge abbia fatto il suo corso e che il gioielliere sia andato oltre. Per formazione sono un garantista e sto sempre dalla parte della legge. Però mi domando se, nel giudicare quanto accaduto, sia stato davvero preso in considerazione il suo stato d’animo in quei momenti: la paura, la rabbia, la frustrazione accumulate dopo aver visto la propria vita e il proprio lavoro minacciati». Carlin conclude distinguendo il piano giuridico da quello umano. «La legge deve essere rispettata, ma la giustizia è un’altra cosa. Prima di fare i benpensanti e scrivere sentenze dai social, seduti comodamente sul divano, bisognerebbe provare cosa significa avere sedici anni e ritrovarsi con una pistola puntata alla schiena».











