La tregua firmata a metà giugno 2026 tra Stati Uniti e Iran è durata poche settimane ed è già bollata come un “relitto”. Il sogno di una pausa, sancita da un fragile Memorandum of Understanding il 17 e 18 giugno, si è infranto nelle acque dello Stretto di Hormuz, fulcro della contesa internazionale.
Le ostilità sono formalmente riprese: il presidente americano Donald Trump ha notificato al Congresso il ritorno all’uso della forza a partire dal 7 luglio, sancendo il naufragio politico dell’intesa e accusando Teheran di aver colpito il traffico commerciale. Il punto dirimente che ha fatto saltare l’accordo era racchiuso in un’ambiguità strutturale: l’Iran mirava a una futura gestione del transito nello Stretto, introducendo possibili pedaggi, mentre Washington e i partner chiedevano il ripristino della libera navigazione senza tariffe. La frattura è esplosa quando le navi mercantili hanno iniziato a sfruttare una rotta alternativa, pattugliata dagli Stati Uniti al largo dell’Oman, mossa che la Repubblica islamica ha interpretato come una violazione dell’intesa. La risposta americana è stata immediata: ripristino del blocco navale contro i porti iraniani e ripresa dei raid aerei.
A rendere il quadro incendiario è la rapida estensione regionale del conflitto, ormai ben oltre un confronto strettamente bilaterale tra Washington e Teheran. La strategia iraniana punta a destabilizzare l’intera architettura di sostegno statunitense, bersagliando infrastrutture, basi e terminali in Paesi alleati come Bahrain, Kuwait, Qatar, Giordania, Oman, Siria e Arabia Saudita.













