di Mario Garofalo
Diagnosi, ricerca e cura: la maggioranza degli specialisti italiani si fa assistere da un sistema di AI (un anno fa erano meno della metà). I radiologi sono quelli che hanno vissuto l’acceletazione più evidente. I chatbot faranno quindi tutto da soli? Non è proprio così
L’immagine del femore compare sullo schermo con una scritta: «Frattura». Il quadratino giallo indica il punto esatto in cui osservare. Il radiologo conferma e la diagnosi è fatta, perfino spesso già scritta: basta ricontrollare e mettere la firma. Avviene quotidianamente nei pronto soccorso, anche se non tutti lo sanno. È la prova tangibile che l’intelligenza artificiale ha già modificato un pezzo importante della nostra vita: quello che riguarda la salute. E con essa il lavoro del medico, uno dei più antichi dell’umanità. Oggi il 61 per cento degli specialisti italiani si fa assistere da un sistema basato su AI: un anno fa era meno della metà (24 per cento). Negli Stati Uniti la quota sale all’80 per cento.
I radiologi sono forse quelli che hanno vissuto l’accelerazione maggiore. «All’inizio, tre o quattro anni fa, c’era un tasso di falsi positivi abbastanza alto. Oggi i programmi ci prendono al 98-99 per cento se la frattura c’è», spiega Andrea Laghi, responsabile del reparto all’Humanitas a Rozzano. «L’interazione tra l’uomo e la macchina è fondamentale. Un piccolo nodulo polmonare può sfuggire a un occhio umano: con l’aiuto dell’AI le probabilità di errore si riducono. Ma la responsabilità finale è sempre del medico». Matteo Della Porta, capo dell’Unità Leucemia nello stesso ospedale aggiunge: «In alcune analisi, come le mammografie, il computer può essere persino più preciso dell’esperto secondo alcune ricerche».









