Scena da un ospedale, nel prossimo futuro. All’interno di una sala attrezzata con monitor schermi e tecnologia. Si sta per iniziare un intervento. Lo specialista studia il cuore del paziente attraverso una sorta di “gemello digitale”, per ottenere informazioni in più in grado di personalizzare al massimo quando si appresta a fare. Ad esempio, comprendendo se la valvola cardiaca danneggiata non rappresenta solo una lesione anatomica ma può diventare una sorta di “carburante” che accende la fibrillazione atriale, l’aritmia più diffusa che aumenta, se non trattata, il rischio di ictus. O piuttosto per valutare l’impatto delle cure prima del trattamento, per ottimizzare gli approcci e favorire un miglior rapporto tra benefici e rischi.
Grazie alla stampa 3D è possibile creare modelli fisici identici al cuore del paziente, trasformando un concetto digitale in uno strumento tangibile per simulare l'intervento in anticipo e risolvere le sfide complesse prima di entrare in sala operatoria. Il tutto, in un lavoro di gruppo sempre più serrato tra cardiologi e bioingegneri, con l’Intelligenza artificiale e il machine learning che giocano un ruolo cruciale per ridurre i tempi di elaborazione, migliorare la diagnostica, la stratificazione del rischio e, soprattutto, la pianificazione procedurale, ottimizzando la scelta e l’angolo di impianto dei dispositivi. Fantascienza? Nemmeno per idea. Ci siamo già, in ambito di ricerca. E bisogna andare avanti, come ricordano gli esperti presenti al congresso nazionale della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (GISE), a Milano.






