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Nicolò Fagone La Zita

Biagio Mazzeo, titolare dell’accusa nel processo di primo grado contro il gioielliere rivendica la correttezza della sentenza definitiva: «Se gli spari fossero avvenuti in negozio la Procura avreebbe chiesto l’archiviazione»

«Non è stata legittima difesa, ma una reazione violenta a scoppio ritardato. Questo è il punto cruciale: non si può istituzionalizzare una rivalsa simile». Biagio Mazzeo, procuratore capo di Asti e titolare dell’accusa nel processo di primo grado contro Mario Roggero, rivendica la correttezza della sentenza definitiva che ha condannato il gioielliere a 14 anni e 9 mesi di carcere.

La legittima difesa è tornata al centro del dibattito. Perché nel caso Roggero non poteva essere riconosciuta?«È un tema molto difficile dal punto di vista tecnico. L’articolo 52 del codice penale pone una serie di paletti, ma parte da un presupposto fondamentale: l’esigenza di difendersi. Solo una minaccia concreta e attuale può giustificare l’uso della violenza. Le immagini chiariscono tutto. Roggero insegue i rapinatori e spara quando sono già fuori dall’attività e in fuga. Se la minaccia è cessata, non si può più parlare di legittima difesa. Diventa una reazione, magari comprensibile sul piano umano, ma ingiustificabile su quello giuridico».