Il punto decisivo del caso Roggero – il gioielliere condannato per omicidio volontario perché uccise due rapinatori – è tutto in quei pochi secondi tra la fine della rapina e gli spari nel parcheggio. È lì che i giudici di primo e secondo grado hanno misurato il confine tra la legittima difesa e una reazione che, secondo i magistrati, diventa un atto offensivo: una “esecuzione”. Un verdetto poi confermato mercoledì dalla Cassazione tra l’indignazione dei partiti di destra vecchi e nuovi.

La vicenda del gioielliere di Gallo di Grinzane Cavour è diventata uno dei casi più discussi degli ultimi anni sul tema della difesa personale: da una parte il diritto di chi subisce una rapina violenta a proteggere sé stesso e i propri familiari, dall’altra il principio secondo cui la risposta armata deve essere necessaria per respingere un pericolo ancora presente.

Nel caso di Mario Roggero, i giudici di primo grado, d’appello e infine la Cassazione hanno ritenuto che quel presupposto non esistesse. Secondo la ricostruzione accolta nelle sentenze, quando il negoziante impugnò la pistola e inseguì i rapinatori, l’aggressione a suo carico era già terminata: i tre uomini stavano raggiungendo l’auto per allontanarsi e non rappresentavano più, secondo i magistrati, un pericolo attuale.