“Indosso occhiali scuri per coprire i miei occhi/ Nascondono segreti che non riesco a celare”, cantava Bob Dylan in Long and wasted years, uno dei pezzi più ipnotici del suo bel disco del 2012, Tempest. Solo che adesso, invece degli occhiali, sul palco si è messo il cappuccio, anzi, “the hoodie”, oscurando buona parte del viso per evitare di essere immortalato da chi, in qualche modo, riesce a portare in sala un cellulare (da anni li proibisce ai suoi concerti).

Non contento, vestito come un rapper “old school”, per creare disturbo agli irriducibili della foto ricordo, sul piano posiziona a piacere lanterne da lampara o alberelli con rametti snodabili luminosi, un po’ come quelli che si usano per le decorazioni natalizie. E questa è solo la parte più divertente dell’enigma di nome Robert Allen Zimmerman.

In Italia, dopo che il suo Never ending tour – il “tour infinito” varato ufficialmente il 7 giugno 1988 in California e che da allora ha toccato ogni angolo del pianeta – era arrivato l’ultima volta nel luglio 2023, Dylan, fresco ottantacinquenne, torna per tre date. E, per una volta, la notizia è una delle poche certezze che lo riguardano. Perché, come si è già intuito, quando c’è di mezzo lui tutto il resto diventa materia della consistenza di un sogno, cioè da interpretare: le scalette cambiano ogni sera, le interviste sono ormai inesistenti e persino la sua consolidata band sembra sull’orlo del precipizio, crollata sotto il suo inesplicabile tentativo di rimescolarne gli elementi, forse nella ricerca di un suono che non c’è.