Dopo nove anni di silenzio Bob Dylan riporta sul palco il suo manifesto pacifista, cantato oggi tra le ferite di Gaza e dell’Ucraina. Bob Dylan, il fantasma che torna quando meno te l’aspetti, e fa rumore anche con il silenzio. Venerdì sera al Darien Lake Performing Arts Center a New York il mitico cantante apre l’Outlaw Music Festival e tira fuori dal suo cilindro da menestrello la canzone che nessuno, nemmeno i fan più attenti e affezionati, si aspettava di sentire: Masters of War. La canzone-manifesto, un’invettiva feroce contro i Signori della guerra, riportata in scena dopo nove anni di silenzio.
Era dal 2016, a Desert Trip, che Dylan non la suonava dal vivo. Non è dato sapere cosa pensi davvero Dylan di guerra, di pace, di potere, forse nemmeno del tempo che passa. Ma suona Masters of War adesso, ad agosto 2025, mentre la guerra sfregia i territori, e soprattutto, la popolazione, in Ucraina e a Gaza, e il mondo sembra di nuovo disperatamente vecchio e già visto. Di nuovo il giullare con la voce stanca sale sul palco come un presagio, e la canzone, che data al tempo delle prime battaglie del Vietnam, ricomincia a risuonare tra le file di sedili americani, in un’epoca dove i messaggi restano cifrati ma le connessioni sono immediate. E Bob Dylan non ha mai amato il ruolo di profeta politico.







