La nostalgia di Roma, l’apertura (tra fischi e risate) del concerto di B.B. King, la camera delle chitarre. In cantante si racconta in questa estate che lo vede protagonista sui palchi italiani. Venerdì 17 sarà a Milano per «Estate al Castello»

Cantautore pop e chitarrista blues: è la doppia anima del romano Alex Britti. La stessa che sulla scia del progetto «Feat.Pop» — una rilettura di suoi successi, da Solo una volta a Oggi sono io, con colleghi come Clementino e Marco Mengoni — lo sta portando in giro per l’Italia con un tour outdoor. Venerdì 17 luglio l’appuntamento è al Castello Sforzesco di Milano.Che legame ha con il capoluogo lombardo?«Mi dispiace sentir dire che Milano sta diventando pericolosa, personalmente da quando sono papà la vivo poco. C’è stato un tempo, però, in cui il Castello e il Parco Sempione erano il mio rifugio: ci andavo a passeggiare o a leggermi un libro quando avevo bisogno di pace. Avevo la casa discografica a due passi da lì e da Brera, quartiere che, data la somiglianza con Trastevere, mi faceva sentire meno la nostalgia di Roma».A Milano, nel 1998, aprì per B.B. King…«Stavo per pubblicare il mio primo album e il mio manager organizzò quell’apertura. Non appena salii sul palco del fu Teatro Smeraldo partirono i fischi, ma ironizzai: “Vedo che vi siete accorti che non sono B.B.”. E in platea giù risate. Poi mi buttai in una generosa introduzione di chitarra per mostrare che sapevo suonare. Andò bene, conquistai gli applausi».Prima del successo in Italia ha vissuto all’estero: luoghi del cuore?«Facevo base ad Amsterdam, città stupenda e, da lì, mi spostavo per suonare in Belgio, Francia… Ricordo con piacere Anversa, una sorta di Firenze del nord. E il sud della Francia: non la zona di Montecarlo, bella ma snob, ma il borgo di Bédarieux e la sua campagna, nei pressi di Montpellier».Le sue mete al mare?«In Italia vince la Sardegna, ma escludendo la Costa Smeralda, che per me è fuffa: tutto finto. Splendido, semmai, il territorio di Bosa. Come Cala Gonone, con la Grotta del Bue Marino: lì c’è l’acqua più bella del mondo. Con mio figlio, che ha 9 anni, vado spesso a Sarzana, in Liguria: il centro storico è splendido. E a Ostia: da Casal Palocco, dove vivo, non c’è nemmeno bisogno di programmare nulla; pochi minuti di auto e siamo pronti per tuffarci. In generale amo i posti genuini, quelli che la “turistificazione” tende a cancellare. All’hotel che serve il cibo surgelato, preferisco la trattoria con la tovaglia di carta e il pesce fresco di giornata».A casa ha una camera delle chitarre: dove le ha scovate?«Premesso che non ho nessun feticismo verso le chitarre — non le colleziono, le suono —, una di quelle che ho sempre con me sul palco arriva da via San Sebastiano, strada di Napoli con tanti negozi di strumenti. La vidi in una vetrina e pensai fosse perfetta per la tecnica dello slide, ma il negoziante mi disse che era esposta lì da 5 anni: “È bella, ma suona male”. Chiesi di provarla e di lì a poco — sarà che si sentiva la mano del professionista — si accalcò un po’ di gente. Finì che quella chitarra mi fu regalata: un bel momento, carico di teatralità napoletana».In un’industria musicale dominata da classifiche, numeri e grandi eventi, lei come si muove?«Io faccio il musicista, non l’imprenditore. Mi piace ancora studiare come un pazzo alla ricerca del suono perfetto: per me stesso, non per il pubblico. All’apice della carriera, ai tempi di 7000 caffè, mi proposero un super tour con un batterista americano, luci e ballerini. Rifiutai, non era la mia vita. E quello stesso anno andai in tour da solo: chitarra, voce, un faro e una pedaliera. La musica non è una gara. Del resto, se dovessimo scegliere un ristorante in base al fatturato, mangeremmo solo nelle catene di fast-food. Se fai i numeri e basta, vendi un prodotto; io prediligo la passione che, a 57 anni, non smette di emozionarmi. Come di recente, quando sono andato a vedere Pat Metheny dal vivo: gran concerto!».