Christian Gaole

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Finito il teatrino e affossate le preferenze, la legge elettorale è stata approvata alla Camera, ora la palla passa al Senato, che con un colpo di scena potrebbe reintrodurle. Con 217 voti il testo saluta Montecitorio lasciando dietro di sé una crepa nel centrodestra che Meloni non può ignorare e che, per questo motivo, pensa al voto anticipato. Il Presidente del Consiglio si trova a un bivio: prendere atto che i suoi «colleghi» siano dei «badogliani traditori», come li definisce Vannacci, e andare a elezioni in autunno o ad aprile 2027 o tenere duro fino alla scadenza naturale del suo esecutivo e fregiarsi di diversi primati in quanto primo governo arrivato a fine mandato nella storia della Repubblica, e primo esecutivo ad essere stato guidato da una donna. E questa è un’opzione che a Meloni non è invisa, soprattutto perché guadagnerebbe ancora più credibilità dalla grande finanza internazionale, che dopo diversi anni è tornata a investire nello Stivale.

I punti chiave

Al di là delle suggestioni politiche che questa «non crisi» sta partorendo, se si votasse domani, il popolo italiano andrebbe al voto con quello che viene definito «Stabilicum», anche se su queste colonne era stato meglio definito «Gattopardum», perché ci si appresta a votare con una legge che non cambierebbe una fava rispetto a prima e, anzi, toglierebbe sempre più il diritto ai cittadini di esprimere la loro opinione. Ma tornando al nocciolo della legge, se si votasse con questo sistema: verrebbero eliminati i collegi uninominali insieme alle preferenze e le liste verrebbero nominate dal partito prima delle elezioni. Non solo, le liste che indicherebbere anche il candidato che ricoprirebbe il ruolo di Presidente del Consiglio; soglia di sbarramento al 3 per cento per le liste che corressero da sole e al 10 per le coalizioni, come sancito dall’attuale legge.