di Paolo Di Stefano
Il fascino della città è intatto: ogni cosa al suo posto, come un tempo. Ovunque, intorno, il medioevo discreto e avvolgente della provincia lombarda. Ora, ogni volta, rivedo le ombre dei professori che ho amato
È proprio vero che neanche la nebbia è più quella di una volta. Era il novembre 1975 quando, matricola universitaria, conobbi la nebbia di Pavia, io che venivo da Lugano, dove dicevano con un mezzo sorriso che la nebbia non osava varcare il confine di Chiasso. In effetti, venendo dalla Svizzera, la foschia cominciava ad alzarsi appena superata la dogana, ma la nebbia densa di Pavia non l’avevo mai vista né tantomeno sentita sulla pelle, sulla faccia, così come non avrei mai visto, in primavera, la pioggia di piumini che planavano lenti dai pioppi volteggiando per tutto il viale lungo il Castello.
Erano anni di nebbia e di micidiali allergie ai pollini. Pavia mi sembrava una bellissima città e per me non ha mai finito di esserlo. Anche qualche settimana fa - destinazione la coraggiosa e gentile Libreria il Delfino, in piazza Cavagneria - il fascino della città mi è arrivato intatto. È tutto rimasto al suo posto come un tempo: corso Cavour, piazza della Vittoria (molto tardi ho saputo di che vittoria si trattava), il Broletto. Ovunque, intorno, il medioevo discreto e avvolgente della più tipica provincia lombarda… Non oggi, ma a diciott’anni, entrare in Strada Nuova, lasciandomi alle spalle il Teatro Fraschini, mi faceva sentire intimorito e insieme padrone del mio futuro. L’Alma Ticinensis Universitas è sempre lì, un palazzo troppo austero per un ragazzo, quasi cordiale dopo tanti anni. Ogni volta, era il batticuore, la coscienza di non essere all’altezza di quei cortili, di quei busti severi, delle colonne doriche, degli scaloni, della antica Biblioteca universitaria. A differenza dei compagni che soggiornavano nei collegi prestigiosi (il Ghislieri, il Borromeo…), vivevo con altri in un modesto appartamento (equo canone) di Città Giardino e sentivo l’inadeguatezza al tutto, attenuata da una impudica spavalderia giovanile.









