di Candida Morvillo
L’attore su telefonini, intelligenza artificiale e social. Vietarli agli under 16? «Sì, penso sia giusto. Per anni siamo stati dentro un esperimento privo di regole. Ogni giorno guardo le mie figlie e penso che stiano vivendo nella tempesta perfetta»
«Ha presente la tempesta perfetta?»Il libro di Sebastian Junger? Il peschereccio nell’Atlantico, le onde, il vento che si sommano fino alla catastrofe?«Ecco. Io ogni giorno guardo le mie figlie e penso che i giovani sono nella tempesta perfetta. Se sei in barca e si rompe il timone, sistemi il timone. Se si rompe l’albero, sistemi l’albero. Ma quando arriva la tempesta perfetta, tornare in porto diventa difficile». E perché pensando ai giovani le viene in mente la tempesta perfetta?«Vedo sommarsi la crisi economica, la crisi climatica, l’intelligenza artificiale, i social. Vedo la velocità con cui tutto cambia. Noi boomer veniamo da un tempo più lento, che ci permetteva di costruirci le radici. A questi ragazzi, invece, il terreno cambia di continuo sotto i piedi».
A 64 anni, Luca Zingaretti sembra quasi parlare a se stesso quando dice: «Oggi la mia priorità sono i giovani. Dovrebbe essere così per tutti i miei coetanei e per i politici. Non ricordo l’ultima politica vera per i giovani». I ragazzi, in effetti, sono al centro di molte cose che fa: La preside, la serie Rai che ha ideato e prodotto, con protagonista sua moglie Luisa Ranieri, racconta gli studenti difficili di Caivano; Autodifesa di Caino di Andrea Camilleri, che riporterà in tournée nel 2027, ribalta la narrazione del figlio colpevole e inchioda gli adulti alle responsabilità per il mondo che hanno creato; La casa degli sguardi, il suo primo film da regista, ora su Hbo Max e Prime Video, racconta un padre alle prese con un figlio che si perde. «Per scriverlo mi sono documentato», racconta, «ci sono rapporti secondo i quali il 41 per cento dei giovani soffre di ansia, inadeguatezza, e più del 30 per cento si sente meglio compreso dall’intelligenza artificiale che dalle persone reali. Questa è una gioventù che va prima capita e poi sostenuta».E capendola e sostenendola vede uno spiraglio?«Vivere senza sapere cosa ti aspetta dà ai giovani una dimestichezza con l’imprevisto, una morbidezza, un’elasticità forse maggiore di quella che avevamo noi. Però non ho risposte: anche noi adulti siamo vittime delle stesse cose. Proprio stamattina ne parlavo con la figlia quindicenne: dovevo leggere delle sceneggiature e mi ero imposto di non prendere il telefonino: ho fatto fatica. Quell’aggeggio infernale ci rende disponibili al mondo intero h24. Viviamo in uno stato perenne di allarme, come una macchina sempre in fuoristrada: dopo due anni, gli ammortizzatori sono da buttare».Lei che regole ha dato alle figlie sui telefonini?«Alla maggiore, col senno di poi, avrei dato il telefono un anno dopo. Con la piccola, che ha 11 anni, abbiamo aspettato: lo ha avuto adesso, per un campo scuola, ma è senza internet. Abbiamo fatto un patto: io non vi controllo, però voglio il dialogo e voi parlate con me o mamma di tutto. Dare fiducia è importante: devi indurli a sviluppare la logica, che è la cosa che consente di tenere la rotta».L’Australia ha vietato i social agli under 16 e altri Paesi europei faranno forse qualcosa di simile. È la direzione giusta?«Sì. Per anni siamo stati in un esperimento sociale senza regole, con algoritmi che parlavano alla nostra fragilità per renderci dipendenti. Però la via legale non basta. Se leviamo lo smartphone a un ragazzo, dobbiamo chiederci cosa mettiamo al suo posto: sport, teatro, cortili, socialità reale. Il divieto è una cura d’urgenza, poi deve arrivare la terapia. E il discorso vale anche per l’intelligenza artificiale: stiamo consegnando ai ragazzi strumenti mostruosi senza insegnare loro a usarli».Quali rischi trova più «mostruosi»?«Per esempio il modo in cui i ragazzi oggi incontrano il sesso. Io ne ho un ricordo meraviglioso: il liceo, le prime pomiciate, la prima mano che scivolava sotto il golfino. Oggi molti ragazzi vengono a sapere tutto attraverso la pornografia. Poi leggi certe storie di stupri di gruppo e resti senza fiato davanti agli interrogatori: “Ma lei non ha detto niente”, “io ho visto fare così”».Giorni fa, lei ha letto su Instagram l’incipit di Lessico famigliare: perché quel brano sull’educazione severa?«Mi ha fatto tenerezza. Natalia Ginzburg ricorda il padre che a tavola tuonava: “Non fate malagrazie! Non fate sbrodeghezzi!”. Io avevo un padre simile, un padre “pensa prima di agire”, e una madre all’opposto, più “che sarà mai!”. Quelle parole mi hanno riportato ai giorni della mia educazione».Lei com’era all’età delle sue figlie?«Irrequieto. Avevo una grande passione, il calcio, e poi al liceo arrivò la politica, col Partito di Unità Proletaria per il Comunismo. Ma ero irrequieto per tanti motivi. I miei si erano separati e all’epoca non era normale avere genitori separati. Quando papà veniva a prendermi a scuola, sentendo i commenti dei compagni, un po’ mi vergognavo. E mia madre lavorava, cosa non così comune nel quartiere, e spesso noi figli eravamo soli. Però non ho mai fatto sbrodeghezzi, cose eccessivamente gravi».Ma ha raccontato che è cresciuto per strada e le capitava di fare a botte.«Ah, ma più di una volta, però non li considero eccessi: si usava così, uscivi dallo stadio, incontravi il gruppo di un altro quartiere, ci si insultava e a volte si arrivava alle mani. Era il modo dei giovani maschi di provarsi nella lotta, niente di trascendentale».Siamo a Roma, quartiere Magliana, anni ’70, che differenza vede con la gioventù di oggi che racconta da regista, da sceneggiatore?«Oggi c’è l’idea che ti devi scassare tra droghe e alcol e dietro c’è una disperazione enorme che noi non conoscevamo. L’altro giorno commentavamo con mia moglie queste storie terribili di ragazzetti, accoltellamenti, stupri, cose che a noi giovani degli anni ‘70 non sarebbero mai venute in mente. Oggi atterrisce l’incapacità di percepire l’altro come un individuo che ha bisogni, desideri o un sentimento che può essere ferito. Ecco perché serve una riflessione seria sull’educazione affettiva».Nel suo caso, la salvezza è arrivata con il teatro?«Do una risposta sconsiderata: io ho sempre pensato che non mi sarei perso. Ho fatto le mie esperienze, anche di droghe leggere, però sapendo che volevo tornare a casa con le mie gambe. Ho perso tanti amici, l’eroina è stato il nostro Vietnam. Ma io non l’ho mai provata. Soprattutto perché ho avuto la fortuna di avere una passione: il calcio, poi la politica, poi il teatro. Non ho mai avuto la febbre del sabato sera, perché il sabato sera andavo a letto presto, essendoci la partita la domenica. Facevo il mediano nel Rimini quando accompagnai un amico a un provino per l’Accademia d’arte drammatica: presero me e non lui. E anche il teatro diventò una passione totale. Perciò alle mie figlie dico: la passione salva la vita. Devono fare esperienze, sbagliare, cadere e questa è l’età per farlo».Sta scrivendo il suo secondo film da regista. Resta sulla scia della Casa degli sguardi?«Lavoro a due progetti. Uno è sulla scia: una storia di vite piccolo borghesi fatta di sentimenti, legami familiari, trasmissione di valori. L’altro è una piccola grande riflessione sul senso della vita».Che cosa l’ha conquistata di Autodifesa di Caino?«L’idea di dare voce a Caino, sul quale abbiamo caricato il male del mondo. Mi hanno raccontato che Camilleri disse: ho scelto il perdente perché la storia la scrivono sempre i vincenti».Le chiedo uno solo fra i tanti ricordi che avrà di Camilleri.«Stavo girando Montalbano e lo raggiunsi alla prima di Tiresia: era la sua prima volta in scena. Dopo, andai a salutarlo, era su una sedia a rotelle, stava già molto male. Mi avvicinai e gli dissi: Andrea, è stata una serata meravigliosa. Lui mi carezzò la mano e mi disse soltanto: “Luca bello, Luca bello”. In quelle parole c’era tutto il nostro rapporto: l’Accademia dov’era stato mio maestro, Montalbano, l’affetto, il nostro addio».Se ci fosse l’occasione, rifarebbe Montalbano?«Ho smesso perché non c’erano più le condizioni, perché non ci sono più Camilleri né tanti amici complici di quell’avventura e perché il mondo è cambiato e bisognerebbe fare una riflessione. Non credo che in tutti ci sia lo stesso desiderio di farla».Sta girando per Paramount+ una serie, Il metodo Paraldi, tratta dai libri di Fabrizio Roncone. Poi arriva su Netflix la serie Il capo perfetto. Da novembre, porterà in teatro Le città invisibili di Calvino. Vacanze?«Quando fai cose che ti piacciono, sei sempre in vacanza. Con Paraldi mi diverto: è la storia di un giornalista cacciato dal giornale perché ha preso a schiaffi un sottosegretario e che apre una vineria, crocevia del potere romano. Il capo perfetto, tratto da un film spagnolo con Javier Bardem, lo abbiamo traslato nella Motor Valley, divertendoci a raccontare quell’ambiente. Con Calvino, invece, mi piace l’idea di un migrante che unisce le città, dimostrando che ogni civiltà ha le sue eccellenze e apparteniamo tutti allo stesso mondo».Ha una sua società di produzione e con Lolita Lobosco e La preside ha portato in tv storie interpretate da sua moglie. Come separa produttore, sceneggiatore, marito?«Nel nostro mestiere non è che, finite le otto ore, timbri il cartellino. Siamo sempre con le antenne all’erta, a cercare di capire il mondo, il lavoro fa parte della vita. Poi, Luisa vive un momento di grazia, non solo come artista, ma come donna: riesce a leggere la realtà che ci circonda meglio di chiunque altro».Dopo 21 anni insieme, cosa ancora la conquista di Luisa?«Direi tutto. E ci siamo dati la regola che, se uno lavora fuori, l’altro sta a Roma con le figlie e questo fa sì che io abbia ancora più voglia di condividere le cose con lei. Di svegliarmi la mattina con lei e mettermi a cantare».Quando saranno adulte, che cosa vorrebbe che Emma e Bianca dicessero del padre che è stato?«Mi fa quasi piangere questa domanda. Non nascondo che me la sono fatta. Quando hai figli in tarda età, la cosa che davvero ti preoccupa è: oddio, non le potrò accompagnare tanto, come faranno senza di me? All’inizio, ho sperato che dicessero di me che sono stato una brava persona. E poi, invece, ho pensato: mi piacerebbe che dicessero “meno male che papà ci ha preparato come si deve alla vita”».









