“Crederanno di conoscere molte cose, mentre in realtà le ignoreranno”. Sembra la sintesi di un editoriale sui giovani che smettono di pensare a causa dell'Intelligenza Artificiale. È invece Platone, nel “Fedro”. Duemilaquattrocento anni fa, a proposito della scrittura, sosteneva che avrebbe distrutto la memoria e dato solo l'apparenza della sapienza. Aveva ragione soltanto su un aspetto marginale della sua tesi: la memoria smise di essere l’unico archivio della cultura, senza tuttavia perdere la propria potenza. Sbagliò, però, completamente il bilancio complessivo: la scrittura non impoverì affatto la mente, ma la ristrutturò. Rese possibile lo sviluppo della logica, dell'analisi e della filosofia stessa con cui la criticava — per iscritto, tra l'altro. L'argomento sembrava ragionevole: la memoria si sviluppa con l'esercizio, la scrittura consente di evitarlo. Ed è stato riutilizzato, quasi sempre in forma catastrofistica, alla comparsa di ogni nuovo medium. Chiamiamola la trappola di Platone: giudicare una tecnologia solo per ciò che sembra togliere, ignorando ciò che rende possibile. Duemila anni dopo, la trappola scatta di nuovo. "I primi risultati sono arrivati e non sono buoni”, titola “Nature News” (giugno 2026) sugli effetti dell'IA sulle competenze. L'articolo cita il calo nel rilevamento degli adenomi tra endoscopisti abituati all'IA — un calo reversibile con la pratica, non un'abilità persa — e uno studio preliminare su 52 ingegneri software peggiorati in un successivo test di apprendimento. A questi si aggiunge uno studio del MIT sugli EEG di studenti che scrivono con ChatGPT: coinvolgeva 54 studenti d’élite in una prova di 20 minuti, uguale per tutti i gruppi, e rilevava una minore connettività EEG in chi usava l’IA rispetto a chi ricorreva a un motore di ricerca o scriveva senza strumenti. Ma questo non dimostra che le capacità critiche si indeboliscano, così come leggere non atrofizza la mente solo perché è meno impegnativo che scrivere. Sono dati interessanti, ma fragili quanto citati: campioni minuscoli, tempi brevi, osservazioni eterogenee — abbastanza per un titolo, troppo poco per parlare di declino cognitivo o per dire cosa accadrà in una realtà trasformata dall'IA. Il punto decisivo, però, è un altro. Anche se questi studi fossero impeccabili, non potrebbero dimostrare ciò che molti vi leggono: fotografano l’uso iniziale di una tecnologia recente, non quello che emergerà quando persone e società si saranno adattate. Confondere i due piani trasforma un’osservazione empirica in una profezia. In un mondo abituato all'IA è plausibile anche il contrario: un uso più sofisticato, fatto di interrogare, verificare e correggere, che richieda al cervello uno sforzo diverso, forse maggiore, spostando il baricentro dalla scrittura al giudizio — e rafforzando, non indebolendo, le capacità critiche. L'uso dell'IA non è passivo: il risultato si verifica, si corregge, si rifiuta. I critici obiettano che chi ha già pensiero critico usa l'IA per approfondire, chi non ce l'ha si ferma alla prima risposta, e il divario si allarga. Ma non considerano che si impara a interrogare anche usando lo strumento. Nessuno sa come sarà il mondo post-IA. Le previsioni sul futuro dei media sono quasi sempre state attendibili solo a bassa risoluzione: il futuro immaginato somigliava al presente di allora, solo potenziato; quello reale è stato sempre diverso, nato da riadattamenti che nessuno aveva previsto nel loro insieme. È probabilmente proprio questa impossibilità di prevedere a spiegare perché ogni nuova tecnologia provochi panico morale, perfino nei sapienti. Il ciclo si ripete a ogni comparsa di un nuovo medium — stampa popolare, radio, fumetti, televisione, videogiochi, intelligenza artificiale — ed è quasi sempre lo stesso: prima il panico, con l'accusa di abbassare il livello cognitivo, incitare alla violenza o corrompere le facoltà critiche; poi, a distanza di tempo, la rivalutazione. I fumetti sono il caso di scuola: il panico degli Anni 50 — Wertham, “Seduction of the Innocent”, le audizioni del Senato americano, il “Comics Code” — seguito dalla rivalutazione di Eco negli Anni 60, fino alle odierne lauree dedicate al graphic novel. Il ciclo è così completo che il medium demonizzato ieri diventa il rimedio prescritto oggi: contro l'IA si raccomanda il ritorno ai libri a stampa, la stessa invenzione che un tempo terrorizzò i dotti e che, una volta assorbita, spostò il panico sui romanzi strappati dalle mani delle fanciulle. Anche della televisione si diceva che ci avrebbe resi stupidi, passivi, incapaci di concentrazione. Il caso dei videogiochi violenti è forse l'esempio più istruttivo di quanto tempo serva, in psicologia, perché le ricerche si stabilizzino sotto un panico morale collettivo. Dai primi Anni 90 si affermò rapidamente l'idea che i videogiochi violenti aumentassero aggressività e omicidi. Nel 2015 l'American Psychological Association (APA) dichiarò quel legame “tra i più studiati e meglio stabiliti” della disciplina. Ma molte di quelle ricerche partivano già convinte dell'effetto che cercavano — e, puntualmente, lo trovavano. La scienza sa correggersi: nel 2020 Ferguson e colleghi pubblicarono una revisione critica, mostrando che quella meta-analisi includeva studi privi di dati pertinenti e ignorava i risultati nulli. Nello stesso anno l’APA precisò che le prove disponibili non consentivano di collegare i videogiochi violenti alla violenza estrema o letale. Intanto i tassi di omicidio nei Paesi occidentali diminuivano proprio mentre i videogiochi violenti diventavano uno dei media d'intrattenimento più diffusi al mondo. Kahneman e Tversky, con le ricerche che valsero al primo il Nobel, hanno spiegato perché continuiamo a cadere nella trappola: davanti al caso concreto — lo studio di turno, il titolo allarmante — trascuriamo il dato più importante, cioè quante volte in passato previsioni simili si sono rivelate corrette, la cosiddetta probabilità a priori. E la storia è chiara: le profezie catastrofiste sui nuovi media non si sono avverate quasi mai. Questo non significa procedere con un ottimistico "andrà tutto bene”. La meccanizzazione ha ridotto la fatica fisica e per rimetterci in sesto abbiamo dovuto reinventare palestre e sport per tutti. Il mondo compensa chi si riorganizza. Nel suo libro, “L'inizio dell'infinito”, il fisico ed epistemologo David Deutsch scrive che i problemi sono inevitabili, ma sono anche risolvibili, e che ogni soluzione genera a sua volta nuovi problemi, in un ciclo senza fine. Non è un fallimento: è il modo in cui cresce la conoscenza. Se anche l'IA generasse problemi nuovi per la formazione o il pensiero critico, non ne seguirebbe necessariamente un declino cognitivo — a patto di organizzarsi per risolverli, come già avvenuto con la meccanizzazione. Il catastrofismo sulla perdita di competenze, allora, non è una previsione ma una profezia: pretende di conoscere un futuro che sarà plasmato da usi che ancora non conosciamo, assetti istituzionali da ridefinire e generazioni cresciute con l'IA. Il punto, allora, non è demonizzare l'uso dell'IA, ma continuare a svolgere il compito che la scuola assolve da millenni e l'università da secoli: educare al pensiero critico, cioè alla capacità di valutare fonti, argomenti e affermazioni, qualunque sia il mezzo che li trasmette. Ogni nuovo medium ha riacceso il panico morale e i timori di declino cognitivo, quasi sempre smentiti dall’evoluzione successiva. Gli effetti di una tecnologia, dunque, non sono predeterminati al momento della sua comparsa. Luciano Floridi esprime bene questo principio: l’automobile che può farci ingrassare è la stessa che ci porta in palestra. Forse la vera lezione della storia dei media è questa: ogni nuovo mezzo viene accolto come una minaccia al pensiero, finché non scopriamo che ne ha ampliato le possibilità.