Ormai la guerra si sta dronizzando. Non è una novità: assistiamo ogni giorno all’ingresso in campo di nuovi robot combattenti, sempre più indipendenti dagli esseri umani. Questa settimana per la prima volta gli americani hanno usato barche esplosive telecomandate per attaccare una base navale iraniana mentre gli ucraini hanno condotto un’operazione di sbarco con un battello e un tank privi di equipaggio. In realtà il Pentagono si limita a copiare quello che i reparti di Kiev e Mosca fanno da anni ed è arrivato al punto di clonare i droni volanti Shahed progettati dai pasdaran. Invece gli ucraini stanno rivoluzionando la natura stessa dei conflitti, con una trasformazione che ogni sei mesi imprime una svolta operativa: obbliga i russi a modificare le tattiche e studiare contromisure.
Le conseguenze di questa evoluzione bellica sono radicali, con effetti che è difficili prevedere. Ci mettono davanti una serie di problemi etici che credevamo teorici mentre sono drammaticamente reali: come viene regolata l’autonomia delle macchine killer? Ucraini e russi da mesi impiegano droni pilotati dall’intelligenza artificiale che decidono da soli quando e come uccidere. Nella memoria hanno una lista di bersagli che – ad esempio – include gli autobus, usati spesso per trasportare i soldati: nel Donbass occupato da Mosca il drone diretto dall’AI ha distrutto anche il pullman di una squadra di bambini calciatori. C’è poi la metamorfosi degli eserciti perché nelle forze armate tutto è destinato a cambiare. La prospettiva che sui campi di battaglia il numero di dronisti possa superare quello dei fanti non appare più assurda. I programmi del Cremlino puntano a formare entro il 2030 un milione di piloti e tecnici dedicati alla gestione dei robot, inserendone 600 mila nei ranghi militari: un’armata di ragazzini reclutata nei licei e nelle università. C’è infine il profondo mutamento dell’industria. Il numero di automi sta crescendo in modo esponenziale: oggi il comando sud ucraino – responsabile per il fronte dal Donbass alla foce del Dnipro – consuma 3500 droni al giorno: sono oltre 100 mila al mese, in gran parte quadricotteri kamikaze low cost ma spesso modelli più sofisticati. Zelensky ha dichiarato che il suo Paese attualmente produce 10 milioni di droni l’anno e vuole raddoppiare questo primato. Sono annunci troppo ottimistici ma di sicuro gli ucraini sono oltre i quattro milioni di esemplari l’anno e pure i russi vanno avanti con ritmi simili. Questo impone di concepire in maniera diversa la filiera industriale: nessuna azienda europea o americana opera a livelli del genere. Allo stesso tempo, non ha senso costruire milioni di apparati che tra sei mesi saranno tecnologicamente superati: bisogna inventare una struttura che mantenga aggiornati i modelli e sia in grado di consegnarli in grandi volumi non appena ci sia la necessità. Questo ovviamente implica stabilire regole contrattuali differenti e un rapporto diverso con le industrie. Una vera sfida per gli stati maggiori e per le aziende di tutto l’Occidente. Ucraini e russi invece impiegano subito in battaglia le armi che escono dalle fabbriche: noi speriamo di non doverlo mai fare, ma non per questo possiamo restare disarmati in un mondo dominato dai rapporti di forza.










