Maternità da oltre 10mila euro, ma per il giudice non è stato provato che quel lavoro sia stato davvero svolto: ora la donna dovrà restituire tutto all’Inps. Il Tribunale ha ritenuto insufficiente la documentazione presentata per dimostrare l’effettiva attività dalla quale era nato il diritto al pagamento. Non sono bastati il contratto a tempo indeterminato, le buste paga e i bonifici degli stipendi: il ricorso è stato respinto. La donna risultava assunta dal dicembre 2014 come addetta alla contabilità in un’azienda calzaturiera con sede operativa a Civitanova. Il 3 maggio 2016, a 33 anni, si era dimessa e aveva presentato domanda di maternità, ricevendo complessivamente 10.744,27 euro. La vicenda nasce dagli accertamenti della Guardia di finanza, durante i quali erano emersi dubbi sull’effettività di alcuni rapporti di lavoro. L’Inps approfondì quindi anche la posizione della donna e nel 2020 annullò con effetto retroattivo il rapporto ai fini previdenziali. Da qui la richiesta di restituzione dell’indennità incassata. La donna si rivolse al giudice sostenendo di avere lavorato realmente negli uffici amministrativi. Presentò il contratto, le buste paga, gli accrediti sul conto e la documentazione contributiva. Per il Tribunale, però, quelle carte provavano la formale registrazione dell’assunzione e dei pagamenti, ma non dimostravano concretamente lo svolgimento dell’attività, l’inserimento nell’organizzazione aziendale, il rispetto di un orario prestabilito e l’assoggettamento alle direttive del datore di lavoro. E poi ci sono le testimonianze. Gli ex dipendenti e i collaboratori ascoltati hanno descritto il personale presente nello stabilimento e negli uffici senza indicare la donna. Anche il consulente fiscale, che si recava periodicamente nella sede per ritirare i documenti contabili, dichiarò di non conoscerla e di non averla mai vista. Un ex dipendente disse invece di ricordarla come ragioniera per circa un anno, ma il giudice ha ritenuto quella versione inattendibile perché isolata e in contrasto con le altre dichiarazioni. Un altro testimone sostenne che la donna era stata dipendente dell’azienda, attribuendole però mansioni di traduttrice mai indicate dalla stessa interessata. Anche questa deposizione è stata giudicata confusa. Inoltre, durante due controlli, quando la donna risultava impiegata a tempo pieno, gli ispettori non ne avevano rilevato la presenza nei locali o negli uffici dell’azienda.
Prende la maternità, ma non le spetta. Ora deve restituire 10mila euro
Il tribunale ha respinto il ricorso della donna: i documenti forniti non dimostravano l’attività svolta







