I franchi tiratori affossano il Meloni I ed è subito Prima Repubblica. Che nostalgia. Si sa: il destino di ogni generazione è rimpiangere tutto quello che ha detestato. Compresi, ovviamente, rituali e gergo e bizantinismi di una politica che sembrava lunare soltanto perché non avevamo ancora sperimentato quella attuale. Del resto, lo sapevano già le nonne: si stava meglio quando si stava peggio.

E allora facciamolo, questo tour al muro del rimpianto per il politichese sì bello e perduto, fantasioso nei suoi ossimori spericolati, le convergenze parallele, la non sfiducia, l’appoggio esterno, la pausa di decantazione, il governo-ponte e perfino quello balneare (memorabili per brevità vacanziera furono, per inciso, il Leone I, dal 22 giugno al 5 dicembre 1963, e il Rumor II, dal 6 agosto ’69 al 7 febbraio ’70, anche se il record repubblicano spetta al Fanfani I, nel ’54 in carica per 22 giorni anche se purtroppo non d’estate, quindi non balneare. Però nel 1905 Tommaso Tittoni fu primo ministro del Regno per 12 giorni, perché in Italia i regimi passano, l’instabilità no).

E poi, in effetti, i franchi tiratori ci sono stati anche dopo il terremoto degli anni Novanta. Nel 2013 bocciarono l’ascesa di Romano Prodi al Quirinale, 101 voti segreti contro il professore fra le fila del centrosinistra; nel 2022, per la candidatura di bandiera, sempre al Colle, di Maria Elisabetta Alberti Casellati, si contarono 71 renitenti di centrodestra, e pare di ricordare che ci fu anche qualcuno che sulla scheda scrisse: Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare. Quindi, ieri l’altro la trentina di “badogliani”, come li chiamano i vannacciani, sono quisquilie e pinzillacchere, come diceva invece Totò.