Lo scrittore Giuseppe Tecce riflette sul destino del Sud attraverso il dialogo generazionale tra conservazione e cammino verso il futuro.

Ero salito fin sopra alla punta dell’Appennino, dove mi ero seduto per godermi il panorama. I campi punteggiati di macchie di colore, l’argento mosso dal vento degli ulivi, e in fondo alla valle, giù, dove nessuno guardava mai, un fiume che la divideva esattamente a metà. L’elemento più vitale di quel paesaggio, cioè l’acqua, divideva a metà la valle che era, a sua volta, la culla di una civiltà che la abitava. Poco più su, un paese sorgeva sul crinale scosceso del monte opposto. Un paese qualsiasi, fatto di case di pietra, un campanile slanciato verso il cielo, un intrico di stradine. Avrei potuto essere ovunque. Chiusi gli occhi per un po’, poi li riaprii con la mente che viaggiava a velocità folle.

Avrei potuto essere nella mia Irpinia, nella valle del Tammaro o in quella del Trigno, sull’Appennino della Daunia o sui dorsi scoscesi dell’Aspromonte. Come un mulo che non voleva più camminare, così quella terra portava insita in sé la lentezza di chi non voleva, o forse non sapeva più, se muoversi in avanti o indietro. Era il Sud con il suo passo pesante, che si trascinava senza una vera direzione. Era il Sud che scontava gli anni impantanati, che tirava su a fatica una gamba, con la stessa forza di un contadino con gli stivali aggroppati di fango e zolle d’erba e di polvere e di cenere. Era il Sud, che tentava di muovere la spina dorsale, perché era l’unica cosa che ancor si muoveva e perché sapeva che da lì poteva ripartire il suo impulso vitale.