Il caso Ranucci appartiene, prima di tutto, alla magistratura. Spetta agli inquirenti stabilire chi abbia organizzato l’attentato contro Sigfrido Ranucci, quale ne sia stato il movente e quali responsabilità abbiano avuto le persone coinvolte nell’indagine. Valter Lavitola, indicato dagli investigatori come possibile mandante, nega ogni responsabilità. Ranucci ha espresso incredulità davanti all’ipotesi accusatoria, ricordando il rapporto di amicizia che lo legava a Lavitola e dichiarandosi convinto della sua innocenza.
Bisogna fermarsi qui. Almeno per ora.
Non perché le domande siano illegittime, ma perché una democrazia civile deve conoscere la differenza tra una domanda e una sentenza, tra un sospetto e una prova, tra un’indagine e una condanna. Ed è proprio il valore della differenza il tema politico e culturale che emerge da questa vicenda. Non intendo sostituirmi ai magistrati né anticipare conclusioni che ancora non esistono. Mi interessa il modello di comunicazione che il caso ha messo in luce: un sistema nel quale il giornalismo, soprattutto quello che si definisce d’inchiesta, rischia di non limitarsi più a osservare il campo, controllare il potere e ricostruire i fatti.
Entra direttamente nella partita. Da arbitro diventa giocatore. Qualche volta accusatore, giudice e persino esecutore della condanna reputazionale. Il giornalismo d’inchiesta resta indispensabile: deve disturbare il potere, non tranquillizzarlo. Ma la sua autorità nasce dalla capacità di distinguere ciò che sa da ciò che sospetta. Quando questa disciplina scompare, il giornalismo non controlla più il campo politico: ne diventa una componente. Guadagna militanza, ma perde la credibilità presso chi non gli appartiene già.












