La vicenda dell’attentato dinamitardo a Sigfrido Ranucci procede sul doppio binario del caso politico e dell’inchiesta giudiziaria. Ed è sempre più difficile tenere distinti i due piani.

Chi indaga sul misterioso movente dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci spera che nuovi elementi arrivino dall’analisi dei tre cellulari e delle due pen drive trovate nella disponibilità di Valter Lavitola, il faccendiere ritenuto dai magistrati della Dda di Roma il mandante del botto del 16 ottobre dello scorso anno davanti alla villetta di Pomezia dove Ranucci vive assieme alla famiglia.

Dall’attività dei carabinieri sui dispositivi trovati nell’appartamento di Lavitola potrebbero emergere atti o documenti utili a definire il perimetro in cui si è consumata la decisione di affidare a una banda di quattro persone l’azione ai danni del conduttore di Report.

Il materiale potrebbe avere connessioni con le sette pagine scritte a mano da Lavitola e poste sotto sequestro dagli investigatori che hanno accelerato l’attività istruttoria dopo esssersi accorti che quest’ultimo era pronto a lasciare l’Italia in direzione dell’Africa.

L’accelerazione si è avuta quando gli inquirenti hanno avuto certezza del fatto che avesse acquistato un biglietto aereo. Si sarebbe anche appreso che proprio durante la perquisizione l’indagato ha contattato lo stesso Ranucci per comunicargli cosa stesse accadendo. Lo conferma il giornalista, che a questo punto potrebbe essere convocato dai pm nuovamente sui clamorosi sviluppi di una indagine che è in cerca ancora di molte risposte.