Il buio oltre le preferenze. Si spalanca davanti al governo poco dopo le sette di sera. Grida forsennate delle opposizioni, volti pallidi e cinerei dai banchi della maggioranza. Il governo va giù sulla legge elettorale che porta il nome di Giorgia Meloni. Ma può tornare su? Amarezza, delusione, rabbia. Un turbinio di sentimenti coglie la leader di fronte al mesto spettacolo dell’aula. Una maggioranza spaccata, la «sua» legge impallinata dai «traditori».

Ci ha messo la faccia. E ora pur di perderla prende in considerazione ogni scenario. Sulla carta, anche il voto anticipato. Le urne a settembre per sparigliare, strappare le «erbacce» in casa, tentare il tutto per tutto. Non sono solo cattivi pensieri sull’onda emotiva. «Serve una riflessione» scrive su Facebook dopo la doccia gelata di Montecitorio e un brivido percorre le schiene degli alleati. Tajani, il segretario di Forza Italia che ora dovrà fare i conti in casa con i fucilieri azzurri, e non sono pochi, in pubblico dice: «Nessuna conseguenza sul governo». Ma in privato pensa a disdire un viaggio in Spagna dai Popolari europei, vista l’aria che tira. E a scanso di equivoci Francesco Lollobrigida, ministro e da sempre consigliere della premier, ai cronisti che lo incalzano replica così: «Non ci saranno conseguenze? Lo vedremo quando sarà il momento».Meloni le conseguenze le ha messe in chiaro alla vigilia, nell’ultima call di aggiornamento con i leader della coalizione, Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi. «Se le preferenze non passano, si va al voto» è lo sfogo della presidente del Consiglio ai tenores della sua maggioranza. Forse solo una minaccia tattica, per convincere i segretari di partito a mettere in riga le truppe in subbuglio alla Camera. Meloni ci crede davvero all’operazione preferenze. Ieri pomeriggio l’ultima rassicurazione da Salvini e Tajani, tastato il polso dei rispettivi gruppi parlamentari. I vicepremier la informano in tempo reale, non nascondono i malumori nelle rispettive truppe - e qualche voce salita di decibel nelle riunioni a porte chiuse - ma si dicono certi che le preferenze passeranno. La premier li prende in parola. E solo a questo punto si convince di un azzardo politico. Un all-in in due mosse. La prima: un post su Facebook dove sfida le opposizioni «a non chiedere il voto segreto» per una «doverosa operazione di verità». La seconda: ordina al governo di esprimere parere conforme all’emendamento sulle preferenze. Cioè di esporsi, di mettere di fatto la firma sul voto al buio che ha poi segnato il patatrac della maggioranza. È un cambio di passo repentino: in mattinata Elisabetta Casellati, ministra alle Riforme di Forza Italia, assicurava che il governo si sarebbe invece rimesso all’aula. Un azzardo, si diceva. Perché è grazie a quel parere favorevole che ora le opposizioni hanno gioco facile a gridare: «Il governo è andato sotto con le preferenze». Ora si aprono giorni incerti. Rimbalzano rumors di imminenti contatti con il Quirinale per un chiarimento di fine legislatura, ma al Quirinale non risultano appuntamenti di sorta. E adesso? La legge elettorale, il Melonellum, prosegue il suo cammino a Montecitorio, per il momento. Poi toccherà al Senato. Ed ecco il «lodo» del presidente Ignazio La Russa, veterano di FdI: «Ricordo che nel bicameralismo esiste la concreta possibilità di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera». Pausa. «Ovviamente con un voto favorevole che per il regolamento del Senato non consente sul punto il voto segreto e rende perciò palesi gli intendimenti dei singoli senatori». Un avvertimento alle opposizioni ma anche e soprattutto ai franchi tiratori a destra: fatevi avanti a volto scoperto, se avete il coraggio. Tatticismi e riflessioni a caldo si mischiano senza soluzione di continuità. Si va al voto o no? Chi parla con Meloni la sera la sente adirata. «Lei certo non si vuole fare logorare, non starà qui a difendere le pensioni di una manciata di parlamentari» confida chi la conosce bene. Anche se nel cerchio magico tendono a negare risolutamente lo scenario delle urne in autunno. «Mai preso in considerazione - riferisce sotto anonimato una fonte di primo piano del governo con un guizzo di sarcasmo: «E poi Giorgia ne esce bene, è la sinistra che ha fatto saltare le preferenze che diceva di volere...».Legge elettorale, Meloni: «Ci abbiamo provato, ha vinto di nuovo la palude. Mancati diversi voti, serve riflessione»Nelle retrovie però già preparano la resa dei conti per i «traditori» in aula. Conti amari in Forza Italia dove i sospetti si concentrano sulle defezioni dell’ala vicina alle sensibilità di Arcore e a Marina Berlusconi. Mondi che notoriamente non sono affascinati dai «cacciatori di voti» e dai campioni delle preferenze. Un altro test per Tajani che è visibilmente scosso dal risultato letto in tempo reale da Fabio Rampelli. Sarà l’ora dei conti nella Lega dove pure non sono mancati i lunghi fucili nella notte delle preferenze. Da FdI mettono nel mirino il presidente della Camera Lorenzo Fontana. Ha abbandonato l’aula poco prima del voto sugli emendamenti, lo accusano i «Fratelli», lasciando in cima allo scranno presidenziale il veterano di Colle Oppio Fabio Rampelli a dirigere l’emiciclo: un voto strappato alla causa.Nel quartier generale del partito a via della Scrofa intanto scorre la moviola, si accende la sala Var. I big del partito della premier fischiano contro i “vannacciani”. La pattuglia di deputati futuristi tira fuori i cellulari, riprende con la telecamera le mani infilate nell’incavo per votare, per dimostrare che un solo tasto, il “sì”, è stato pigiato. È il vecchio metodo di Bobo Maroni: chi vota sì infila solo l’indice e non può barare. «Una sceneggiata, hanno tutti votato contro» si sfoga un ministro della «fiamma» a tarda sera. «Certo che così con Vannacci non possiamo avere nulla a che fare».