Roma – “Ci abbiamo provato. Ma ha vinto di nuovo la palude”. Brucia da morire, e fa malissimo. Giorgia Meloni si schianta a tutta velocità contro il muro dei franchi tiratori, incassando la sconfitta più dolorosa dell’intera legislatura. Nel segreto dell’urna, un solo voto di scarto alla Camera (187 contro 188) basta a mandare in frantumi il blitz sulle preferenze e a trasformare l’“operazione verità” sbandierata sui social in un clamoroso autogol.
Ma quel misero voto, in realtà, ne nasconde molti di più: secondo i calcoli del capogruppo leghista Riccardo Molinari, sono “almeno” trenta i deputati di maggioranza che hanno sfilato la spina all’emendamento. A guidare la rivolta silenziosa sarebbero state le donne della coalizione, incluse quelle di FdI (ma il capogruppo Galeazzo Bignami nega: “Non credo proprio”) furiose per il sacrificio della parità di genere. Una svista autolesionista: sussurrano si sia trattato di una distrazione, il che è persino peggio. Il colpo è micidiale, anche perché la trappola se l’è costruita da sola.
Contro il parere della ministra delle Riforme Elisabetta Casellati e dei colonnelli della destra, che suggerivano di rimettersi all’Aula, la premier ha voluto forzare la mano. Poi, mentre rientrava in volo dal Qatar, ha deciso di fare all-in su Facebook con una provocazione spericolata: “Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani”.










