Per molti anni ho sofferto di fomo. E di ansia preparatoria, ansia di far bene mentre sto facendo, paura di non essere abbastanza con un conseguente, tremendo, continuo tentativo di dimostrare agli altri di avere un valore. Ecco, non esattamente delle passeggiate di salute. Tutti dissidi che mi portavo dietro già nella sfera sociale, ma che una volta entrato nel mondo del lavoro sono in qualche modo esplosi. Al burnout, quindi, ci sono arrivato; almeno due volte. Non un’esperienza che consiglio. E quando stavo avvicinandomi alla terza mi sono detto che non ne valeva la pena e che qualcosa dovevo cambiarla. E così nell’estate del 2024 ho fatto una cosa che negli ultimi quattro anni non mi ero neanche sognato di poter fare, e che si è rivelata essere da un lato una grande, enorme ovvietà e dall’altro qualcosa di cui avevo sorprendentemente bisogno.

Ho staccato per due settimane.

Tra luglio e agosto, per quindici giorni sono stato in vacanza, e quando dico in vacanza lo intendo. Niente e-mail, messaggi o telefonate di lavoro. Io in quei giorni esistevo in un’altra bolla. Naturalmente, sono stati giorni molto belli; ero al mare, prima su un’isola e poi su un’altra, un po’ a girarla e un po’ a cuocermi in spiaggia. Ma oggi, nel ricordo, sono un ammasso di riposo che, onestamente, non saprei bene discernere. Quello che so riconoscere ancora in modo chiaro, netto è il senso di tranquillità con cui sono tornato poi al lavoro.