Mi piace il lavoro. Non lo dico con leggerezza, ma con la consapevolezza che, per quanto ci siano giorni complicati, il piacere di fare ciò che faccio rimane una costante. La motivazione non mi manca e mi permette di affrontare le sfide quotidiane, di alzarmi la mattina con un’energia che sembra già anticipare il giorno. Ma sono umano, e questo significa che a volte mi sento scarico e la spinta interiore è flebile. Allora succede che la stanchezza non è solo fisica, ma anche mentale. In quei momenti, il mio integratore non è un caffè ma, da anni, la lettura.
La lettura ha un effetto terapeutico: mi ricarica, mi riporta in contatto con me stesso, ricreando il link con il senso profondo del lavoro e dell’impegno. Leggere non è una fuga dalla realtà, ma un modo per vederla con occhi più nitidi, per ritrovare la prospettiva giusta. Nei tanti libri che ho incontrato, un pensiero di Salvatore Natoli, filosofo, sulla motivazione e sul senso del lavoro mi ha particolarmente colpito.
Natoli scrive: «Non v’è dubbio che un lavoro se non motiva affligge, ma non può mai motivare se si assume a misura sempre e solo sé stessi. Al contrario può motivare se ognuno nel fare il proprio lavoro prende a misura gli altri. Allora ci si accorge che nel fare quel che si fa – qualunque lavoro che sia onesto – si offre sempre un servizio a qualcuno e ciò dà senso alla nostra fatica. Se facciamo bene il nostro lavoro qualcuno ci ringrazierà anche se non sappiamo chi è: lavorando si distribuisce un bene da cui gli altri traggono beneficio. E noi siamo anche altri». Questo richiamo al “misurarsi con gli altri” non è nuovo nella tradizione filosofica: Aristotele, nella sua Etica Nicomachea, osservava che l’uomo realizza la sua felicità (eudaimonia) non isolandosi, ma nel vivere e agire nella comunità. Quindi il lavoro, se inteso come attività onesta e rivolta al bene comune, diventa strumento non solo di realizzazione personale, ma di servizio verso gli altri.







