Prima di andare a dormire, mio padre prepara la tovaglietta per la colazione: fazzoletto, tazza a testa in giù, cucchiaino, biscotti, barattolo d’orzo, deltacortene da 5mg. Da quando è in pensione, ogni mattina si sveglia alle cinque per andare al Gran Caffè Maffei.
Per le strade i lampioni sono ancora accesi.
In macchina, tiene la radio spenta per non svegliare il paese. Al sibilo degli pneumatici che tagliano la pioggia dà il compito di riempire il vuoto, anche quello della grande piazza dove faceva i comizi per il partito comunista e dove si trova la scuola in cui ha insegnato per trentacinque anni.
Il giorno per mio padre comincia in una strada di periferia a qualche centinaia di metri dalla piazza centrale. Furgoncini, autocarri, macchine con i motori fumanti sono parcheggiati di fronte al Gran Caffè Maffei, l’unico aperto a quell’ora.
La sala del bar è quasi al buio come fuori. Al bancone non si sente pronunciare un ordine, solo il chiacchiericcio di piattini e tazzine quando toccano sul marmo. Antonio, il proprietario, sa che Franco e Tonino prendono un caffè e mio padre un caffè macchiato. Gli altri, seduti ai divanetti, hanno già la loro consumazione al tavolo.








