«Trampe è geloso! Dazzi anche su’ ‘azzi!». «Lavoro alle donne: riaprano i casini! Fanno parte della nostra civirtà». «Blizze nelle mense Caritas, poveri una sega! Trovata gente che mangiava anche senza la dentiera». Irriverente. Sfacciato, beffardo, spudorato, impertinente, spassoso come pochi, sarcastico come quasi nessuno, sguaiato ma mai volgare, irrispettoso e cascasse il mondo, si ribaltasse l’universo, venisse giù la galassia intera, neanche in una pagina ordinario. Il Vernacoliere. L’ultimo, immenso, baluardo di satira in un’era in cui da ridere c’è rimasto pochino.
Sempre lì, in edicola, in quella Toscana che non avrebbe potuto essere altrove, tutti catturati dalle sue civette inconfondibili, le scritte sopra le righe che ci sia: internet. È sulla sua pagina social che Il Vernacoliere spiega cosa accadrà (e accadrà che tra un mesetto basta, stop, niente più rivista iper-colorata, niente più Trojo, Maicòl, tata Luana, fine dell’indiano Fava di Lesso, epilogo di ogni cosa). «In attesa di tempi migliori. Che sarebbe a dire, vediamo se dopo di me ci potrà essere qualcosa oltre il diluvio».
Colpa dell’onorato servizio che, col tempo, logora anche i più zelanti talenti dalla penna mordace (sono 65 anni che Cardinali lavora nel ramo e 43 che stampa questo un mensile distribuito in Toscana e conosciuto, conosciutissimo, nel resto d’Italia), colpa della crisi della carta stampata («i giornali quasi più nessuno li legge, surclassati come sono dai social, coi telefonini a dettar legge ovunque, nuovi totem dell’indottrinamento di massa»), colpa del mondo moderno che non per questo è necessariamente anche lungimirante («le edicole continuano a chiudere a migliaia e quelle che resistono si son ridotte a rivendite di gadget, non esclusa l’idea di piazzarci un confessionale: a confessar la colpa di voler leggere ancora»). È un “addio” (tra virgolette, non tutto è perduto, ci si aggrappa alla speranza) che lascia l’amaro in bocca.









