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Quasi tutti coloro che gareggiano al Tour de France, la corsa a tappe più importante del ciclismo su strada, sanno già che non lo vinceranno: oltre al superfavorito Tadej Pogačar, sono meno di dieci quelli che anche solo ci provano davvero. Gli altri non sono lì per quello e a dirla tutta non ce la farebbero proprio a vincerlo, nemmeno provandoci. Per molti, tra i 184 che lo iniziano, è già un successo finirlo; per tanti già una vittoria di tappa (ce ne sono 21, i cui tempi complessivi formano la classifica generale) è quasi impensabile. E allora che ci stanno a fare tutti gli altri, sotto il sole di luglio, a pedalare da Barcellona a Parigi passando per Pirenei e Alpi, per oltre tremila chilometri?

Fanno il loro lavoro, ricoprono un ruolo specifico all’interno di una delle 23 squadre in gara, ognuna delle quali ha a sua volta obiettivi e ambizioni di diverso tipo. Alcune sono lì per vincere la classifica generale, quindi il Tour vero e proprio, ottenendo la maglia gialla finale sul podio di Parigi; altre sono lì per vincere una o più tappe, per indossare maglie diverse, e un po’ meno importanti, rispetto a quella gialla (come quella bianca a pois rossi), oppure anche solo per farsi inquadrare e menzionare il più possibile.