Pubblicato il: 12/07/2026 – 19:02

di Mariateresa Ripolo

REGGIO CALABRIA Una strategia ben precisa per permettere a ‘ndrangheta e Cosa nostra di dettare la linea, «soddisfare una serie di esigenze», come spiegato più volte dal magistrato della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, nel corso delle lunghe requisitorie che hanno accompagnato i tre processi – uno in primo grado e due in appello, dopo il rinvio della Cassazione – scaturite dall’inchiesta ‘Ndrangheta stragista. E ad unire queste due compagini – secondo quanto ricostruito dalla Procura e come hanno ritenuto i giudici che per ben tre volte li hanno condannati all’ergastolo – ci sono figure di primo piano del panorama criminale: Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, rispettivamente boss di Brancaccio ed esponente di vertice dei Piromalli di Gioia Tauro. Le due sponde dello Stretto unite da un patto criminale che avrebbe portato all’uccisione dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, oltre che di altri due agguati ai danni dei militari dell’Arma. Al centro della ricostruzione processuale si colloca infatti un legame profondo e strutturato, un sodalizio fondato su «accertati, risalenti, numerosissimi rapporti coltivati nell’arco di decenni dalle due organizzazioni criminali, concretizzatisi nello scambio di favori sia in ambito di traffici di armi e droga che in contesti maggiormente espressivi di potere criminale, che hanno definitivamente cementato gli obiettivi comuni delle stesse, tesi a condizionare e piegare la stessa vita dello Stato ai loro desiderata e ad insinuarsi nelle strutture istituzionali, occupando le stesse».