La ‘ndrangheta ha partecipato alla strategia della tensione che ha insanguinato l’Italia negli anni Novanta e i boss Graviano e Filippone sono i mandanti degli attentati calabresi che hanno sigillato il patto fra le famiglie palermitane e le ndrine calabresi. Dopo il rinvio a un nuovo processo deciso dalla Cassazione, che aveva annullato le condanne rimediate nei due precedenti gradi di giudizio, sono stati nuovamente puniti con l’ergastolo il boss palermitano Giuseppe Graviano e il mammasantissima calabrese Rocco Santo Filippone. Sono stati loro, ha stabilito la Corte d’Assise d’appello di Reggio Calabria, i mandanti dei tre attentati contro i carabinieri, che sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo e gravi ferite ad altri quattro militari, con cui la ‘ndrangheta ha firmato la propria partecipazione alla trattativa Stato–mafia.
Quella scia di sangue – ha stabilito l’inchiesta coordinata dal procuratore Giuseppe Lombardo e hanno confermato i processi – non è stata però decisione di due singoli boss, ma di due organizzazioni criminali determinate a condizionare l’evoluzione politica, economica, sociale e democratica dell’Italia. Graviano, “madre natura” come lo si sentiva definire da picciotti e luogotenenti intercettati, era espressione del direttorio che governava Cosa Nostra. Filippone invece era l’uomo dei Piromalli, storico casato di ‘ndrangheta, delegato a rappresentare il “coso di sette”, l’organismo di vertice dei clan calabresi, che per tutti, in tutto il mondo decide.










