Pubblicato il: 10/07/2026 – 13:14

di Mariateresa Ripolo

REGGIO CALABRIA. «Io con i signori Piromalli non ho avuto mai nessun rapporto». «A Reggio Calabria, Catanzaro, Vibo, da quelle parti, non sono mai andato. Non conoscevo, prima del mio arresto, persone di quelle località e calabresi». Parole che smentiscono ogni legame con la Calabria e i suoi clan, quelle pronunciate da Giuseppe Graviano in un intervento durato circa mezz’ora davanti ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria. Il capomafia di Brancaccio ha deciso di rendere dichiarazioni spontanee nell’ambito del processo d’appello bis “‘Ndrangheta stragista”, scaturito dal rinvio della Cassazione che ha imposto una rivalutazione delle prove a carico degli imputati. Alla sbarra, insieme a lui, c’è Rocco Santo Filippone, ritenuto esponente della cosca Piromalli di Gioia Tauro. Entrambi sono stati già condannati all’ergastolo nei primi due gradi di giudizio per il duplice omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, uccisi il 18 gennaio 1994 lungo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, e per gli attentati ad altre due pattuglie dell’Arma.Il processo si gioca anche sulla credibilità dei collaboratori di giustizia Antonino Lo Giudice e Consolato Villani – le cui dichiarazioni sono state giudicate dalla Cassazione affette da insanabili contraddizioni – e su un’ambientale del dicembre 2022. In quest’ultima, Pino “Facciazza” Piromalli definiva i Graviano «due ragazzi seri», un elemento che per la Procura rappresenta la prova del pactum sceleris tra Cosa Nostra e la ‘ndrangheta per l’attuazione della strategia stragista.