Il vertice di Ankara segna il passaggio verso una Nato in cui europei e canadesi assumono maggiori responsabilità nella difesa convenzionale, mentre gli Stati Uniti restano centrali per la deterrenza strategica. Il cuore della nuova fase è però industriale. Investimenti, innovazione, interoperabilità e capacità produttiva diventano parte integrante della deterrenza, dentro un modello Made in Nato che punta a rafforzare insieme la base europea e la cooperazione transatlantica. L’analisi di Fabrizio W. Luciolli, presidente del Comitato atlantico italiano

Il Vertice Nato di Ankara non sarà ricordato soltanto per l’impegno ad aumentare gli investimenti nella difesa. Segna, piuttosto, l’avvio di una nuova fase strategica dell’Alleanza: una Nato 3.0, nella quale il tradizionale burden sharing evolve in un vero e proprio burden shifting. Gli Alleati europei e il Canada assumono progressivamente la responsabilità della sicurezza convenzionale del continente, mentre gli Stati Uniti continuano a garantire la deterrenza strategica, nucleare e gli assetti ad alta valenza operativa. È un riequilibrio delle responsabilità, non della solidarietà transatlantica.

Ankara conferma soprattutto una realtà spesso sottovalutata: la Nato rimane l’unico foro di sicurezza transatlantico capace di trasformare interessi nazionali, talvolta differenti, in decisioni collettive credibili. Nessun’altra organizzazione internazionale dispone oggi della medesima capacità di consultazione, mediazione e coordinamento strategico. Non è un caso che il Comunicato finale riaffermi fin dal primo paragrafo l’ironclad commitment all’articolo 5. Non si tratta soltanto di una riaffermazione giuridica, ma del primo e più forte messaggio strategico rivolto a Mosca: la difesa collettiva e il principio del “tutti per uno, uno per tutti” restano il fondamento della sicurezza euro-atlantica.