Con i suoi Rockers, il gruppo che lo accompagnava in quei primi anni Sessanta in cui tutto sembrava possibile, accompagnò il tour italiano dei Beatles suonando in tutte e tre le date. Era il giugno del 1965 e Peppino Di Capri era un big. Perché accanto alla sua produzione melodica e ai tanti omaggi alla tradizione napoletana aveva portato in Italia il gusto per il rock’n’roll e per il twist. Diversamente da Celentano, l’altro grande titolare della cattedra che insegnava agli italiani il rock americano, Di Capri è sempre stato una sorta di dandy prestato alla musica. Era allo stesso modo stiloso e sentimentale quando cantava Saint Tropez Twist o Nun è peccato, Speedy Gonzales di Pat Boone o Roberta, un must della sua sterminata produzione.

Fino alla metà degli anni Sessanta ha rappresentato il prototipo del cantante italiano melodico ma lanciato verso il futuro. Rassicurante e malizioso, affascinato sì dallo stile selvaggio del rock’n’roll ma pur sempre fidanzato ideale per il grande pubblico femminile, che lo ha sempre adorato. Quel suo fascino un po’ naif degli esordi, mischiato al vigore giovanilista, lo catapultò in un mondo in totale trasformazione regalandogli un ruolo che fu solo e soltanto suo. Quando dopo la metà degli anni Sessanta il successo commerciale calò drasticamente, Di Capri tenne viva la sua immagine con grande fatica. La fine del matrimonio con Roberta e il cambiamento sociale in atto lo relegarono un po’ nell’ombra, negli spazi museali dedicati ai grandi del passato.