Ogni epoca produce i propri simboli. Il dopoguerra italiano ne aveva uno sorprendente: un pianoforte bianco, una giacca impeccabile e una voce che sembrava arrivare insieme alla brezza del Golfo di Napoli. Quel simbolo si chiamava Peppino di Capri. È morto nella sua isola, lasciando dietro di sé molto più di un repertorio: un’intera educazione sentimentale. Avrebbe compiuto ottantasette anni il prossimo 27 luglio.

Prima che gli italiani imparassero a ordinare uno spritz, avevano già imparato a chiedere uno Champagne. Non lo squisito vino francese: la canzone di Peppino di Capri, uno dei pochi artisti capaci di trasformare un ritornello in un pezzo d’identità nazionale.

Dalla sua Capri non se n’è mai andato davvero.

C’era nato nel 1939, in una famiglia dove la musica era un mestiere domestico prima ancora che una professione. Il nonno nella banda del paese, il padre circondato da dischi e strumenti, il piccolo Peppino che a quattro anni suonava già il pianoforte davanti ai soldati alleati e a sei veniva espulso dalla severa maestra tedesca perché preferiva i night dell’isola agli esercizi di Chopin. È una scena molto italiana: il talento che sfugge alla disciplina e trova subito il pubblico.