ROVIGO - Questa volta al centro dell'udienza non ci sono stati i racconti confusi, spesso volutamente lacunosi, dei testimoni, ma le immagini. E soprattutto il tentativo di dare un significato a quei minuti che la sera del 19 luglio hanno trasformato piazza Matteotti nel teatro dell'omicidio di Amine Gara. La terza udienza del processo in Corte d'Assise si è giocata quasi tutta lì: nei video, nei tempi, nei dettagli tecnici e nella domanda che pesa sull'intero impianto accusatorio, cioè se quel delitto sia stato deciso prima oppure nato nel caos della rissa.
Il confronto Sul banco degli imputati ci sono sette giovani pakistani tra i 21 e i 32 anni, tutti detenuti, accusati dell'omicidio premeditato del 22enne tunisino morto dopo essere stato raggiunto al torace da un colpo inferto con il collo di una bottiglia rotta. La giornata di ieri è stata caratterizzata da un lungo confronto tra procura e difese sulle riprese raccolte dagli investigatori. Un confronto tecnico ma con effetti potenzialmente decisivi sul processo. Le difese hanno insistito nel tentativo di smontare la contestazione della premeditazione, sostenendo che dalle immagini non emergerebbe che gli imputati fossero arrivati già armati in piazza Matteotti. Per questo l'attenzione si è concentrata sul lavoro svolto dai consulenti dell'accusa: da quali file siano state ricavate le immagini utilizzate, se siano stati esaminati gli originali oppure copie, come siano stati verificati gli orari delle telecamere e quanto sia affidabile la sequenza temporale ricostruita.L'aggressione I testi chiamati dalla procura hanno però confermato la correttezza delle procedure seguite nell'acquisizione e nell'analisi del materiale video, difendendo il lavoro investigativo svolto per ricostruire i movimenti e i momenti precedenti all'aggressione. Uno dei passaggi più rilevanti dell'udienza è arrivato quando è stata riprodotta in aula la sequenza che secondo l'accusa mostra Hamza, l'imputato con la posizione più grave, ovvero colui che avrebbe sferrato il colpo mortale con il collo di bottiglia rotto, mentre colpisce Amine Gara. Un momento centrale del processo perché collega direttamente le immagini all'azione che avrebbe provocato la ferita mortale. A difendere Hamza è l'avvocato Alberto Duffini. Parte civile nel procedimento è invece l'avvocato Elena Perini. Ma non è stato l'unico elemento emerso. Alcune testimonianze hanno riportato l'attenzione anche sui giorni precedenti al delitto. In particolare è stato riferito che uno degli imputati, Muhammad Qasim Tariq, avrebbe manifestato l'intenzione di punire Gara e un altro ragazzo tunisino per un episodio avvenuto il 17 luglio, due giorni prima dell'omicidio. Un elemento che per l'accusa potrebbe inserirsi nel quadro della premeditazione e che sarà inevitabilmente uno dei punti centrali del dibattimento nelle prossime udienze. Per le difese, invece, il nodo resta dimostrare che quella sera non ci fosse un piano preparato ma una violenza esplosa sul momento.














