Dopo l’ennesimo round di scambio di fuoco tra iraniani e americani, i cannoni tacciono, per ora. Dietro il silenzio apparente si muove una diplomazia sotterranea che cerca di guadagnare tempo, mentre l’Iran rischia di restare senza volto proprio nel momento in cui dovrebbe mostrare la sua nuova leadership.
TEHERAN chiude la settimana di lutto per la sepoltura di Ali Khamenei, ucciso a fine febbraio in attacchi israeliani coordinati con gli Stati uniti. L’assenza di Mojtaba Khamenei, successore designato, dalle cerimonie funebri ufficiali del padre è stata così totale da non includere nemmeno un messaggio scritto diretto alla nazione, lasciando gli iraniani a speculare sul futuro del Paese in uno dei momenti più turbolenti della sua storia recente.
La mancanza fisica del leader dà un respiro agli intransigenti del sistema, che osteggiano gli accordi con gli Usa e soffiano sul fuoco della guerra. Gli oppositori vanno da coloro che pensano che in questa partita il Paese possa guadagnare di più e affermare la sua potenza regionale, a coloro che sono qualificati come «mercanti di sanzioni» – che gestiscono affari i quali, senza sanzioni, non avrebbero mercato – fino a chi promette la vittoria nonostante la forza militare iraniana non possa affrontare due potenze nucleari. Ma questi ultimi propagandano che la divinità è dalla loro parte e che, all’estrema ratio, interverrà per far vincere il bene sul male.







