Vendetta, diplomazia e incognite sulla leadership. Il nuovo ayatollah iraniano minaccia ritorsioni contro Stati Uniti e Israele mentre resta invisibile dall’attacco che ha ucciso il padre. Intanto Washington e Teheran provano a mantenere aperto il dialogo

La leadership di Teheran non sembra intenzionata a mettere una pietra sulle ostilità con Washington. A una settimana dall’inizio delle cerimonie funebri per il padre e predecessore, l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso nel raid congiunto statunitense e israeliano del 28 febbraio, Mojtaba Khamenei ha diffuso un messaggio scritto in cui promette che il sangue del leader della Repubblica islamica sarà vendicato. La minaccia arriva mentre la fragile tregua tra Washington e Teheran appare sempre più incerta e mentre proseguono i tentativi diplomatici per evitare una nuova escalation nel Golfo.

“La vendetta è la richiesta della nazione e certamente sarà compiuta”, si legge nella dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato iraniana. Il nuovo leader promette di vendicare “il sangue del leader martire e di tutti i martiri di queste due guerre”, aggiungendo che il compito non spetterà soltanto all’Iran ma anche a “ogni persona libera nel mondo”, chiamata a contribuire a quella che definisce una “missione divina”. Una formulazione che amplia il perimetro della minaccia, evocando il coinvolgimento di attori non necessariamente riconducibili direttamente allo Stato iraniano.