L’incidente avvenuto nello stabilimento ICMESA di Meda il 10 luglio 1976, del quale ricorre il cinquantesimo anniversario, segnò una svolta nella storia industriale europea. La contaminazione da diossina mise in luce il profondo divario esistente all’epoca tra conoscenze chimiche, sicurezza di processo, capacità di risposta delle istituzioni e informazione alla popolazione. Insieme ad altre grandi catastrofi del Novecento – dal Vajont a Chernobyl, fino ai terremoti che colpirono il Friuli e il Mezzogiorno – contribuì a una nuova consapevolezza del rapporto tra sviluppo industriale, tutela del territorio, salute pubblica e sicurezza.
Oggi un incidente analogo sarebbe altamente improbabile, ma la risposta corretta non è un semplice "no". Nei processi industriali il rischio zero non esiste: esiste invece la capacità di conoscerlo, prevenirlo, ridurlo e gestirne le conseguenze.
Nell’impianto ICMESA si produceva il 2,4,5-triclorofenolo, intermedio per la sintesi di disinfettanti e agrofarmaci. Al termine di un turno di lavoro, durante la fase di raffreddamento, il reattore, nel quale avveniva la sintesi chimica, andò incontro a un surriscaldamento incontrollato che provocò il rilascio di circa 6,5 tonnellate di prodotti di reazione, contenenti 20-30 kg di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), la sostanza che da allora è nota semplicemente come "diossina". La nube contaminò Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio, causando lesioni cutanee in quasi duecento persone, soprattutto bambini, l'evacuazione di 736 residenti e l'abbattimento, in gran parte precauzionale, di migliaia di animali per impedire l'ingresso della contaminazione nella catena alimentare.











