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Federico Fubini

L’obiettivo dell'Iran non è guadagnare sui pedaggi, ma fare pressione

Se il futuro dello Stretto di Hormuz resta tanto difficile da definire, è perché non è mai stato prima di tutto un problema di soldi. È una partita la cui posta in gioco va più in profondità, perché riguarda il controllo geopolitico: quelle che Donald Trump definisce le «carte» che un Paese può mettere sul tavolo di fronte ai propri avversari. Fosse stata solo una questione economica, un rapido calcolo delle convenienze l’avrebbe risolta da tempo.

L’Iran è proprietario di fondi congelati all’estero forse per oltre cento miliardi di dollari, mentre il memorandum firmato a metà giugno impegna gli Stati Uniti ad aiutare a «sviluppare un piano da almeno trecento miliardi di euro per la ricostruzione e lo sviluppo economico» della Repubblica islamica. Sul piano contabile, al regime di Teheran raggiungere un compromesso con la Casa Bianca converrebbe molto più che rischiare una continua belligeranza per poter imporre un pedaggio all’ingresso del Golfo.