Roma, 11 luglio 2026 – Nella notte di Hormuz, nonostante l’attivismo dei negoziatori, può succedere ancora di tutto, dal sonno che porta consiglio e spiragli di tregua ai missili che infiammano il cielo.

Alessia Melcangi, docente alla Sapienza di storia e geopolitica del Medio Oriente, l’Iran preme per controllare lo stretto di Hormuz per una motivazione economica o strategica?

“Per entrambe le cose. Da una parte spera di accordarsi con l’Oman per gestire in futuro il traffico nello stretto e ricavarne un vantaggio economico. Dall’altra Hormuz, dove passa un quinto dei rifornimenti di gas e petrolio, può essere usato come forma di pressione sull’Occidente. Dove non arrivano i missili può arrivare il ricatto”.

Hormuz sotto il controllo di Teheran potrebbe innescare altre situazioni simili, per esempio nello stretto di Bab el Mandeb, nel Mar Rosso?

“Il precedente di Hormuz potrebbe agevolare altre derive simili, ma tutto dipende anche dalla politica statunitense nell’area e dall’evolversi della situazione a Gaza e in Libano in base alle mosse di Israele. Bab el Mandeb è un altro collo di bottiglia che può mettere in difficoltà l’Occidente per le rotte commerciali se i guerriglieri Houthi finanziati dall’Iran riprendono le ostilità”.