Lo Stretto di Hormuz non è una rotta qualunque: è un interruttore geopolitico. E quando da Teheran filtra la notizia di una bozza di accordo iniziale — ancora non ufficiale — che in 30 giorni dovrebbe riportare il traffico commerciale ai livelli prebellici, il segnale riguarda i mercati, le flotte mercantili, i governi asiatici che dipendono dal greggio del Golfo e l'Europa, che pure da Hormuz importa meno direttamente ma ne subisce le conseguenze sui prezzi e sulle filiere.
La cautela è però obbligatoria. Si tratta di una bozza, non di un testo ratificato. Donald Trump ha sostenuto che un'intesa fosse «largamente negoziata», ma ha precisato che il blocco navale statunitense sarebbe rimasto in vigore fino a un accordo «raggiunto, certificato e firmato». Dal lato iraniano, media vicini ai Pasdaran hanno insistito che i punti più sensibili — fondi congelati, sanzioni, uranio altamente arricchito — restano aperti. Siamo davanti a una trattativa sulla forma della de-escalation, non a una pace.
Cosa prevede la bozza
La prima fase riguarderebbe il ritorno della navigazione commerciale nello Stretto entro un mese, insieme alla revoca o all'allentamento del blocco navale statunitense e al ritiro delle forze americane dalle aree considerate da Teheran troppo vicine al territorio iraniano. Il testo si collocherebbe dentro un percorso a tappe: cessazione delle ostilità, riapertura dello stretto, allentamento delle misure coercitive e solo dopo l'avvio del negoziato tecnico sul programma nucleare e sui missili balistici. Se il capitolo nucleare resta fuori dalla porta, l'accordo rischia di essere soltanto una tregua logistica.













