A separare la diplomazia dal salto nel vuoto, in questa fase, non è una grande dichiarazione solenne ma una materia opaca e densissima: uranio arricchito, clausole riscritte, garanzie giuridiche e la riapertura di uno stretto di mare largo appena poche decine di chilometri nel suo punto più angusto. È lì, nello Stretto di Hormuz, che passa il nervo scoperto dell’economia mondiale. Ed è attorno a quel corridoio marittimo, oltre che attorno al dossier nucleare iraniano, che Donald Trump ha deciso di irrigidire la bozza dell’intesa negoziata dai suoi emissari con Teheran.
Secondo fonti concordanti emerse nelle ultime ore, il presidente americano ha chiesto modifiche al testo già abbozzato, intervenendo soprattutto sulle disposizioni che riguardano il programma nucleare iraniano. Il punto politico è netto: Washington vuole garanzie più forti e meno interpretabili sul fatto che l’Iran non possa né sviluppare né acquisire un’arma atomica. Non basta, dunque, congelare la crisi; la richiesta americana è trasformare un cessate il fuoco fragile in una cornice di controllo più stringente, almeno nelle intenzioni.
Una bozza c’era, ma non bastava alla Casa Bianca
Nei giorni scorsi era emersa l’ipotesi di un memorandum d’intesa di durata iniziale pari a 60 giorni, concepito per prolungare la tregua e aprire negoziati più strutturati sul programma nucleare iraniano e sulla sicurezza della navigazione nel Golfo. Ma proprio quando il testo sembrava vicino alla formalizzazione, Trump ha frenato, chiedendo correzioni sostanziali. La sua preoccupazione principale, riferiscono fonti citate dalla stampa statunitense, riguarda le formulazioni troppo elastiche sulle attività nucleari di Teheran e sulla sorte del materiale già arricchito.








