Continua a scorrere il tempo che Donald Trump si è accordato - per l’ennesima volta - per decidere cosa fare con il guaio-Iran nel quale lui stesso si è cacciato, con la chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz che rischia di lasciare rapidamente a secco le economie globali. Le dichiarazioni ufficiali alternano ancora minacce e mani tese, mentre dietro le quinte si percepisce il lavoro frenetico dei negoziatori, a cominciare dal Pakistan, per mediare un accordo accettabile per entrambe le parti. Nella lettera di intenti inviata da Washington, «gli Usa hanno colmato alcuni divari diplomatici. Stiamo preparando una risposta», ha fatto sapere il regime attraverso i suoi media ufficiali, spiegando che a questo serve la visita del capo dell’esercito pachistano Asim Munir a Teheran.
Cruciale resta il nodo del programma nucleare della Repubblica islamica, che Usa e Israele vogliono smantellare, e dell’uranio altamente arricchito (circa 450 kg) utile a produrre l'arma atomica. Ma sul suo trasferimento in un Paese terzo, come chiesto dagli Stati Uniti nel memorandum che funge da base negoziale, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei - tuttora nascosto al pubblico - ha posto il veto: l’uranio deve restare in Iran. L'indiscrezione, riferita dalla Reuters, è stata smentita dalla Casa Bianca e bollata come «falsa». E persino da un alto funzionario iraniano che, parlando in condizioni di anonimato ad Al Jazeera, l’ha definita «propaganda dei nemici dell’accordo» e ha rilanciato la proposta iraniana di «procedere autonomamente alla diluizione del materiale» a una percentuale di arricchimento consentita per scopi pacifici.











