Addio libertà di navigazione, l’Iran insiste nel voler imporre qualche forma di pagamento (pedaggio o «commissione», o «rimborso spese», non importa) per le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. Magari in compartecipazione con l’Oman, altra nazione rivierasca, per darsi una parvenza di legittimità.
Questa sarebbe senza dubbio un’eredità negativa della guerra di Donald Trump. Trasformare Hormuz in una sorta di canale sul modello di Suez o Panama, i cui proprietari o gestori hanno diritto a incassare una somma da ogni convoglio che passa. Se Teheran riesce a imporre questa nuova regola, ha stravinto il conflitto con gli Stati Uniti… forse anche troppo? Il rischio è che a sua volta il regime di Teheran finisca per essere vittima della propria hybris, e che paghi un prezzo per l’arroganza e la prepotenza con cui detta le sue regole al commercio mondiale.
L’Iran ha vinto la guerra, ma rischia di perdere la pace. La formula è di Nate Swanson, esperto dell’Atlantic Council, già direttore per l’Iran al National Security Council fra il 2022 e il 2025 e membro, nella primavera-estate 2025, della squadra negoziale trumpiana sul dossier iraniano. Il suo articolo, pubblicato su Foreign Affairs, si colloca a metà strada fra le due interpretazioni estreme: da un lato chi vede nella guerra un fallimento americano totale; dall’altro chi sostiene che Teheran sia uscita indebolita. Swanson riconosce che Trump ha perso sia la guerra sia il negoziato che l’ha conclusa. Ma aggiunge: proprio perché si sente vincitore, il regime iraniano potrebbe ora commettere il suo errore più grave.All’inizio del conflitto, alla fine di febbraio, la Repubblica islamica si trovava in una condizione di debolezza eccezionale. Era schiacciata da crisi economiche e ambientali, aveva subito colpi militari pesanti, era reduce da una repressione sanguinosa delle proteste di gennaio, con migliaia di morti secondo la ricostruzione dell’autore. Aveva perso parte della propria aura di invulnerabilità interna ed esterna. In quelle condizioni, Stati Uniti e Israele credevano forse di poter forzare un cedimento strategico, se non addirittura un collasso.Quaranta giorni di guerra e due mesi di cessate il fuoco instabile hanno prodotto invece l’effetto opposto. Il regime è rimasto in piedi. Non solo: si sente rafforzato. La sua nuova arma non è un missile, non è un drone, non è nemmeno il programma nucleare. È lo Stretto di Hormuz. Swanson cita una definizione del segretario di Stato Marco Rubio: Hormuz è diventato per l’Iran una sorta di «arma nucleare economica». Il messaggio è ormai chiaro a tutti: se l’Iran viene attaccato, può chiudere o paralizzare il passaggio da cui transita una quota decisiva dell’energia mondiale.È qui che Swanson vede la vittoria iraniana. Gli Stati Uniti e Israele hanno inflitto danni, ma Teheran ha dimostrato di possedere una leva più immediata e più credibile della stessa deterrenza nucleare. La bomba atomica è un’arma estrema, difficile da usare senza conseguenze catastrofiche. Hormuz invece può essere chiuso, minacciato, tassato, rallentato. Produce paura senza necessariamente produrre apocalisse. È una forma di ricatto economico globale.Il memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran rinvia quasi tutti i nodi più difficili a una finestra negoziale di sessanta giorni. Fra questi ci sono le restrizioni al programma nucleare, la sorte dell’uranio altamente arricchito, la rimozione delle sanzioni, il destino delle esportazioni petrolifere iraniane. Ma, secondo Swanson, il problema più esplosivo non è neppure il nucleare. È il futuro dello Stretto di Hormuz.Durante i sessanta giorni previsti dal memorandum, il traffico commerciale dovrebbe riprendere in sicurezza e senza pedaggi. Ma dopo? Qui si apre la vera partita. Teheran ha già fatto capire di non voler tornare alla situazione precedente alla guerra. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano, ha dichiarato che lo Stretto «non tornerà mai alla condizione precedente» e che l’Iran intende far pagare servizi e diritti di passaggio. La pace, dunque, nasce già con dentro un potenziale casus belli.Dal punto di vista iraniano la tentazione è comprensibile. Il paese ha subito danni immensi. Ha bisogno di risorse. Vuole cancellare l’immagine di fragilità che aveva all’inizio della guerra. Vuole monetizzare la sua posizione geografica. Vuole far pagare al mondo il riconoscimento del nuovo equilibrio. Ma proprio qui, avverte Swanson, l’Iran rischia di sbagliare. Se Teheran trasforma Hormuz da deterrente in fonte di rendita, può indebolire la sua stessa vittoria. La forza dello stretto consiste nella minaccia di chiuderlo in caso di aggressione. Ma se l’Iran comincia a imporre pedaggi, autorizzazioni preventive, restrizioni alle navi militari occidentali, allora non usa più Hormuz come ultima garanzia di sicurezza. Lo usa come strumento di dominio permanente. In questo modo offre agli avversari un argomento perfetto: l’Iran non difende la propria sopravvivenza, ricatta il commercio mondiale.Swanson ricostruisce il meccanismo istituzionale che Teheran ha creato a maggio: la Persian Gulf Strait Authority, nuova autorità incaricata di amministrare lo stretto. L’Iran ha dichiarato unilateralmente il controllo su una zona marittima molto più ampia di prima, fino a lambire o invadere, secondo l’autore, spazi collegati alle acque territoriali dell’Oman e degli Emirati. Ha indicato che le navi dovranno ottenere un’autorizzazione preventiva. Ha segnalato che le navi militari di Paesi ostili non saranno benvenute. Ha mostrato l’intenzione di far pagare «servizi» ambientali o logistici.Il problema è che questa nuova autorità è collegata ai Pasdaran, già sottoposti a sanzioni americane ed europee. Se il traffico attraverso uno dei passaggi marittimi più importanti del mondo dovesse dipendere da pagamenti a un’entità sanzionata, molte compagnie occidentali si rifiuterebbero di usarlo. Anche imprese asiatiche ed europee sarebbero esposte a rischi legali e reputazionali. Hormuz potrebbe diventare accessibile soprattutto alla flotta opaca che già serve i circuiti petroliferi iraniani, la cosiddetta «ghost fleet», e ad armatori disposti a operare ai margini delle regole occidentali.È uno scenario inaccettabile per i paesi del Golfo, per l’Europa, per l’Asia industriale. Non a caso, racconta Swanson, un diplomatico europeo gli ha confidato che non esiterebbe a coinvolgere la Cina per fare pressione su Teheran contro un simile meccanismo. È un passaggio importante: perfino Pechino, grande acquirente di petrolio e rivale strategico degli Stati Uniti, non ha interesse a vedere Hormuz trasformato in un casello iraniano.Il rischio successivo è di lungo periodo. Se l’Iran rende instabile e costoso il passaggio da Hormuz, accelera gli investimenti regionali in vie alternative che sono già in corso. Arabia Saudita, Emirati e altri paesi del Golfo hanno già cominciato a sviluppare oleodotti, terminali e infrastrutture che bypassano lo stretto. Sono progetti costosi e lenti, ma una politica iraniana troppo aggressiva li renderà inevitabili. Nel breve periodo Teheran incassa. Nel lungo periodo riduce il valore della propria arma.Questa è la tesi più originale: l’Iran deve scegliere. Può usare Hormuz come garanzia di sicurezza oppure come fonte di denaro. Ma difficilmente può fare entrambe le cose. Se lo usa solo come minaccia estrema in caso di aggressione, conserva una deterrenza formidabile. Se invece lo tassa e lo politicizza tutti i giorni, trasforma la deterrenza in provocazione permanente. E la provocazione permanente, in Medio Oriente, prima o poi richiama la guerra.Swanson non limita l’analisi allo stretto. L’Iran, scrive, deve affrontare altri tre compiti. Primo: rispettare il Trattato di non proliferazione nucleare e consentire all’Agenzia internazionale per l’energia atomica di ristabilire una presenza credibile sul territorio iraniano. Secondo: ricostruire i rapporti con i vicini del Golfo, che Teheran ha colpito. Terzo: affrontare le ragioni interne del malcontento popolare, economico e sociale, che da trent’anni alimenta cicli di protesta e repressione.Il regime, secondo Swanson, non deve confondere il successo negoziale con la stabilità. Aver battuto Trump al tavolo delle trattative può essere un punto di partenza, non un punto d’arrivo. Il memorandum e perfino un eventuale accordo più ampio con Washington sono solo il primo passo di un percorso difficile. Se Teheran interpreta la vittoria come autorizzazione a massimizzare ogni vantaggio, rischia di bruciare il capitale politico appena conquistato.L’autore formula anche una critica severa agli Stati Uniti e a Israele. Sei mesi prima, sostiene, Washington e Gerusalemme erano in una posizione invidiabile. L’Iran era indebolito e poteva essere indotto a concessioni importanti sul nucleare e sul comportamento regionale in cambio di sollievo dalle sanzioni. Non avrebbe mai accettato una capitolazione totale, né lo smantellamento integrale del programma nucleare, ma forse avrebbe accettato un compromesso significativo. Invece Stati Uniti e Israele hanno scelto l’escalation, sprecando i vantaggi ottenuti dopo la guerra dei dodici giorni del giugno 2025. Così sono finiti in una posizione peggiore.Ora però il bivio si presenta a Teheran. L’Iran crede di avere vinto e sarà tentato di premere al massimo. Ma è proprio questa la trappola. L’eccesso di fiducia può produrre lo stesso errore commesso da Trump: sopravvalutare il proprio vantaggio strategico. Il potere non consiste sempre nell’usare una leva. A volte consiste nel conservarla intatta.La capacità di chiudere Hormuz è la garanzia di sicurezza più potente che la Repubblica islamica abbia mai posseduto. Più credibile, più durevole e più utilizzabile di un deterrente nucleare. Proprio per questo la scelta più saggia è non usarla. L’Iran ha vinto la guerra perché ha dimostrato che nessuno può attaccarlo senza pagare un prezzo globale. Ma perderà la pace se trasformerà quella prova di forza in un ricatto permanente contro il mondo.









