Massimo Rosi è uomo di potere, nel nuovo Consorzio di mafie al Nord è inserito come il capo della locale di ‘ndrangheta di Legnano. Ha contatti con tutti i rami dell’Hydra mafiosa. E oggi punta dritto al Parlamento. È la primavera del 2021. In tasca, secondo chi indaga, si porta il contatto con un deputato della Lega allora in carica (non indagato). In realtà nel partito del Carroccio, il boss mostra di avere altre conoscenze. Un altro politico, già vicino a Umberto Bossi. E così ecco il capomafia ragionare di politica, del “Felpa” al secolo Matteo Salvini e del politico amico “ritenuto poco affidabile”, “perché – dice intercettato – io non è che sono qua a guardare. Ora ti faccio leggere i messaggi di un altro politico, di quella che ha inventato, come si chiama? Bossi”. Ed ecco allora il ragionamento da fine statista di Massimo Rosi supportato dai messaggi di una senatrice.

“Il prossimo giro sto qua il Felpa (…). Il Felpa, Salvini. Lo chiamano il Felpa loro. E comunque al prossimo giro questo qua il Felpa lo lascia a casina! Sacrificabile, sì sì, spiegalo, ecco che abbiamo un bel po’ di conti in sospeso col minchione, in Valle. Perché non paga la gente. Questo è il politico”. Siamo nel 2021, il contatto con il deputato della Lega eletto nel 2018 avviene nel 2019. L’intera vicenda è riportata nelle motivazioni della sentenza Hydra di primo grado con rito abbreviato depositata nei giorni scorsi. Qui il giudice sottolinea: “Altamente significative sono quelle conversazioni captate, le quale rendono evidente l’intenzione dei sodali di sfruttare le proprie conoscenze politiche per potersi aggiudicare con le società del gruppo appalti di lavori o accedere più facilmente, anche tramite l’intermediazione bancaria, agli incentivi previsti per il settore”.