Pubblicato il: 15/07/2026 – 9:19
di Giorgio Curcio
MILANO La condanna più pesante del troncone abbreviato del processo Hydra racconta, da sola, una parte essenziale del “sistema mafioso lombardo” ricostruito dalla Dda di Milano. Sedici anni di reclusione per Massimo Rosi, indicato nelle motivazioni della sentenza come uno dei profili centrali dell’articolazione calabrese e, soprattutto, come figura capace di collegare la vecchia struttura della Locale di ’ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo al più ampio patto criminale che avrebbe messo insieme ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra nel territorio lombardo. Non soltanto un nome nell’elenco degli imputati. Per il gup Emanuele Mancini, Rosi emerge come soggetto dotato di un «profilo criminale qualificato» e di una rete relazionale «ampia e stratificata», maturata nei precedenti contesti di ’ndrangheta operanti in Lombardia e mantenuta anche dopo l’indebolimento della Locale di Lonate Pozzolo, colpita negli anni da procedimenti penali e arresti.
Il progetto di riaprire la Locale
Il primo livello del profilo tracciato dal giudice riguarda il tentativo di ricostituire la Locale. Secondo le motivazioni, Rosi sarebbe stato «costantemente impegnato» nella ricerca di autorizzazioni e consensi per la riapertura della struttura di ’ndrangheta, anche attraverso “’mbasciate” e contatti con il vertice rappresentato da Vincenzo Rispoli, detenuto al 41 bis, per il tramite del figlio Alfonso. Un lavoro sotterraneo, fatto di contatti, messaggi, riattivazione di vecchi rapporti e prospettive di nuove cariche e “doti”. La vecchia Locale, per l’accusa accolta dal gup, non sarebbe rimasta soltanto un riferimento del passato. Attorno a quel nome, Legnano-Lonate Pozzolo, Rosi avrebbe provato a rimettere in moto una struttura, cercando di recuperare gli affiliati storici e di immaginare una nuova distribuzione interna dei ruoli. Ma il punto centrale delle motivazioni è un altro: Rosi non viene descritto solo come il soggetto interessato a ricostruire una Locale indebolita. Il giudice gli attribuisce un ruolo più ampio, da promotore del sodalizio mafioso lombardo. Una figura che, grazie al proprio prestigio criminale e ai collegamenti costruiti nel tempo, avrebbe contribuito alle attività di narcotraffico, estorsioni, gestione societaria e reimpiego dei proventi illeciti.







