Goffredo Fofi ha sempre praticato quella che Hegel chiamava la preghiera dei moderni, la lettura dei giornali. Ma la chiamava bestemmia. Difficile dargli torto. Da quando è mancato, un anno fa, così abbiamo perso il privilegio di leggerlo, qui, sul manifesto dove aveva ripreso a scrivere dopo tanti anni, e altrove.

I FRAMMENTI che scriveva su queste pagine erano a volte degli antidoti alla tentazione di bestemmiare, altre degli accompagnamenti. Qui raccontava incontri della sua vita o trattava di libri e film, artisti e attivisti che potevano portare i lettori fuori dalle paludi del presente o, quantomeno, aiutare a comprenderne la natura, per uscirne.

Infinitamente colto, ma sempre attento alla politica, Goffredo ha dedicato la sua vita a diffondere la cultura libertaria per aiutare chi lo leggeva o chi aveva la fortuna di ascoltarlo a trovare dei modi per liberare non solo la società ma anche se stessi. La cultura per lui doveva turbare, scuotere. E doveva sempre rimanere in tensione con questioni etiche e politiche. Con problemi pratici.

IL NESSO tra teoria e prassi era quello su cui rompersi la testa. Oltre all’esigenza di coniugare giustizia e libertà, le questioni su cui più rifletteva erano il problema dei mezzi e dei fini, i dilemmi della non violenza, la torsione autoritaria ed oppressiva dei percorsi emancipatori, la trasformazione dei sogni di libertà in incubi di controllo statalistico. Rispetto a ciò, l’arte era uno strumento fondamentale: permetteva di affrontare le dimensioni più fragili e inquiete della natura umana, che parte della politica, magari proprio quella che si vorrebbe rivoluzionaria, trascura o opprime.