Le immagini odierne su conflitti, su passaggi epocali, su tutto quello che diviene territorio e distruzione dello stesso, ci rappresentano sempre di più un concetto di pace fondato su asserti politici, su loro incontrovertibili sicumere, su contrapposizioni di forze che, equivalenti, continuano per anni un loro proprio confronto interno, senza riuscire le une a prevalere sulle altre. Anche il recentissimo scontro tra Iran e Stati Uniti rischia di prolungarsi in una resa dei conti che potrà coinvolgere molti più Stati, innanzitutto quelli che si affacciano sul Golfo Persico. Questo significherebbe che lo stesso confronto fra Israele e Libano si protrarrà ancora in una sorta di «stagflazione della pace», situazione similare a quella economica, anomala e di alta complessità, in cui interagiscono diversi fattori che infine bloccano le parti.

Mutatis mutandis è come se fossimo in presenza di una generale «inflazione bellica», per cui sempre di più vedremo territori coinvolti in nuovi conflitti e al tempo stesso i vari conflitti si avvicenderanno in una stagnazione degli accordi di pace, che rimarranno bloccati in una loro propria recessione verso dibattiti, clausole, minuziosi e millimetrici estensioni o riduzioni di territori e relativo prolungarsi di proteste, senza che tutta questa ricerca, meticolosa e puntigliosa, approdi a una verità di pace, ma solo a un trattato giuridico-politico di tregua.