Il conflitto in Medio Oriente richiama, per certi aspetti, le guerre di religione europee del Seicento: una pace duratura può nascere solo da un accordo tra le parti coinvolte. L’Occidente cessi, allora, di intervenire direttamente. A fianco dell’uno o dell’altro. Il che non significa neutralismo. Ma uso intelligente di quel soft ed hard power di cui l’Occidente dispone, trasfusi nelle forme della migliore e più intelligente diplomazia. L’analisi di Gianfranco Polillo

Inutile farsi illusioni: non vi sarà pace in quella parte di mondo. Vi saranno tregue più o meno lunghe, seguite da improvvise vampate di violenza. Cui seguiranno finti incontri pacificatori. E così si andrà avanti, fin quando le ragioni reali del conflitto troveranno una loro ricomposizione. Per il Medio Oriente vale quello che Winston Churchill diceva per i Balcani: “producono più storia di quanto ne possono digerire”. Troppi allora gli interessi configgenti: i Balcani come luogo di incontro e scontro tra imperi, religioni e culture diverse. Lo stesso mosaico che ora si ritrova sulle sponde del Mediterraneo. Gli imperi, per fortuna, non ci sono più, ma le nuove potenze regionali – dalla Turchia, all’Iran, da Israele all’Arabia Saudita – non sono da meno, come presenza soverchiante. Per quanto riguarda le culture e la religione, poi, c’è n’è in avanzo. Si pensi allo Stato ebraico in un mondo musulmano. Contraddizione evidente, ma non meno grave rispetto alla rivalità religiosa e al conflitto tra sciiti e sunniti. Le due grandi componenti di quel mondo: 20% i primi, la stragrande maggioranza i secondi.