Bisognerà abituarsi. Nonostante tutti i protocolli d’intesa e i negoziati, il Medio Oriente sembra essere entrato in una fase di pericolosa oscillazione tra guerra e pace. Quello che sta succedendo da due giorni tra Iran e Stati Uniti ne è la prova: non siamo davanti a una ripresa della guerra, ma non si può parlare di un vero cessate il fuoco.
La stessa realtà si ritrova sui tre fronti di conflitto degli ultimi anni: Gaza, il Libano e il golfo Persico. Niente è risolto, sia perché i paesi coinvolti non vogliono (o non possono) fare concessioni sia perché si tratta di situazioni molto complesse che hanno bisogno di tempo per evolversi.
In questo contesto non possiamo dimenticare che i tre protagonisti – Stati Uniti, Israele e Iran – hanno strategie, vincoli (anche elettorali, per gli statunitensi e gli israeliani) e interessi diametralmente opposti.
A complicare la situazione c’è anche la diversa percezione della realtà: gli iraniani sentono di aver vinto la battaglia sul piano politico, gli statunitensi si proclamano vincitori ma vogliono soprattutto limitare i danni e gli israeliani sono furiosi perché non hanno avuto la possibilità di andare fino in fondo.
Tutto questo spiega le nuove violenze nel Golfo. Al momento l’Iran vuole sfruttare il proprio vantaggio dopo la firma del protocollo d’intesa con gli Stati Uniti, ritenendo che il testo, pieno di ambiguità, gli dia il controllo dello stretto di Hormuz durante i sessanta giorni di trattative per raggiungere un accordo definitivo. Per questo motivo, il 27 giugno Teheran ha attaccato una nave che passava troppo vicina alle coste del sultanato dell’Oman, riaffermando le proprie prerogative. Gli americani hanno risposto.







