Da quando l’8 aprile Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran hanno siglato un cessate il fuoco, il quadro non si è chiarito, si è complicato. Proposte e controproposte si inseguono, con il Pakistan nel ruolo di canale discreto tra le due capitali. L’obiettivo è un accordo di pace. Le condizioni per raggiungerlo, al momento, non ci sono. La guerra non è ripresa. Ma la pace non è arrivata. E nel mezzo si è aperto uno spazio sempre più instabile, in cui ogni dichiarazione conta come una mossa e ogni attesa nasconde una strategia. Potrebbero sembrare semplici schermaglie, quasi un conflitto a bassa intensità fatto più di parole che di azioni, se non fosse che ci si muove su un crinale estremamente pericoloso caratterizzato da una crisi energetica globale di cui ormai si calcola solo il punto di rottura; un riassestamento degli equilibri regionali; e una pressione crescente su economie e popolazioni. Dall’inizio della tregua si cerca di capire se esistano margini reali per un accordo. Ma ogni previsione viene smentita. Basta una dichiarazione di Trump o della leadership iraniana per riportare tutto al punto di partenza. L’ultimo passaggio lo conferma. Teheran ha presentato una nuova proposta articolata, non più uno schema tecnico limitato, ma un quadro politico complessivo per chiudere il conflitto. Un piano in 14 punti che punta a una “fine della guerra” permanente, non a una tregua. Dentro ci sono elementi chiave: garanzie di sicurezza, ritiro delle forze americane dalla regione, fine del blocco navale, sblocco degli asset iraniani all’estero, rimozione delle sanzioni e persino l’idea di un nuovo meccanismo di governance per lo Stretto di Hormuz, per garantirne la stabilità nel tempo. Non solo Iran-Usa. Ma un tentativo di riscrivere l’ordine del conflitto, includendo anche il fronte libanese. Una proposta ampia. Ambiziosa. E proprio per questo difficilmente accettabile per Washington. Trump lo ha lasciato intendere chiaramente, rilanciando la consueta pressione su Teheran. La Casa Bianca non sembra intenzionata ad accettare un accordo che chiuda davvero il conflitto senza una vittoria visibile.